Quando il palcoscenico è una palestra di riabilitazione

Immagine da 'Balamós teatro'

L’allenamento come esercizio per riordinare il caos. Il potere dell’arte come strumento per bonificare il degrado. E il teatro, nel caso specifico, come attrezzo per disinnescare indoli aggressive, levigate da anni di emarginazione, e dirottare quel carico convulso di energia verso finalità più edificanti. A raccontare quanto salvifica possa essere un’esperienza sul palcoscenico non è un trattato sociologico. Ma è la testimonianza di chi ha scelto di cimentarsi con la disciplina della propria libertà interiore, dopo che l’altra libertà, quella fisica, era necessariamente compressa. Salvatore Sasà Striano è stato un detenuto che, prima di appassionarsi alle opere di Shakespeare, conosceva esclusivamente la durezza della propria identità. Poi sono arrivati lo studio e i laboratori di teatro al carcere di Rebibbia diretti da Fabio Cavalli, e le identità che ha attraversato, e alle quali ha dato corpo, sono diventate più d’una. Da ‘Napoli milionaria’ alle successive rappresentazioni durante il periodo della detenzione, i personaggi dei quali ha vestito i panni sono numerosi. Fra i più importanti riferimenti culturali, la figura di Eduardo De Filippo «che ci raccontava il quotidiano delle nostre famiglie e delle nostre case, il chiuso della vita». Un’esperienza che, dopo il raggiungimento della libertà, si è spostata anche nel cinema, in produzioni come ‘Gomorra’ di Matteo Garrone, ‘Gorbaciof’ di Stefano Incerti, ‘Cesare deve morire’ dei fratelli Taviani. Film, quest’ultimo, premiato con l’Orso d’oro al Festival di Berlino del 2012. «Il teatro, prima d’insegnarti a essere un artista, t’insegna a essere un uomo», spiega lo stesso Striano, nel corso della presentazione del suo ultimo libro, dal titolo ‘La tempesta di Sasà’. «Un libro disgraziatamente vero», per sua stessa ammissione, con un titolo che riecheggia ‘La tempesta’ di Shakespeare, al quale Striano è molto legato. Il drammaturgo inglese, quasi alla stregua di un allenatore. E gli argomenti delle sue opere, come modelli di gioco che pongono gli interpreti in relazione con scelte criminali. Dai dubbi di Amleto sulla vendetta a «un giovane che torna a casa, e gli dicono che hanno ammazzato il padre», il passo è tutt’altro che lungo. Come la storia tormentata di Giulietta e Romeo, e i conflitti fra famiglie contemporanee. O come la vicenda di Macbeth e la parabola «di persone che per raggiungere il loro scopo non hanno scrupoli nel seminare sangue». Le sue tragedie, dunque, come una sorta di bussola, in virtù della quale orientare i propri comportamenti morali. Perché «Shakespeare, prima di recitare, ci insegnava a ragionare». E lo spunto per raccontare della nuova veste di attore e autore di Sasà Striano, giunge dall’incontro promosso al Centro teatro universitario di Ferrara, a margine del Festival Internazionale. Un incontro che consegna l’importante riflessione, secondo la quale «se in carcere non ci fossero stati la biblioteca, o i testi teatrali, io avrei continuato a frequentare la palestra del crimine». E sui piccoli ma importanti passi compiuti dal teatro nelle case circondariali e nei luoghi di reclusione, si sofferma Vito Minoia, presidente del Coordinamento nazionale teatro in carcere, fondato nel 2011. «Noi stiamo cercando di documentare – illustra Minoia – la diminuzione della recidiva nei casi di detenuti che abbiano avuto un’esperienza teatrale, sotto la guida di un esperto. Ci sono dei dati che indicano un calo dal 65 al 6%». La logica di fondo è che offrire continuità ai laboratori dia senso concreto alla funzione rieducativa della pena, e serva appunto a contrastare il tasso di reiterazione dei reati fra gli ex detenuti. Ne è convinto anche Michalis Traitsis, regista, direttore artistico e fondatore dell’associazione ‘Balamós teatro’. Un nome greco, ispirato da un film di Stavros Tornes, evocativo dell’esperienza del viaggio. Un viaggio che da Salonicco porterà Michalis in Italia, fino a Venezia, e al progetto ‘Passi sospesi’, che vede la luce nel 2006. E che prosegue tuttora con i laboratori nella casa di reclusione femminile della città lagunare. Un lavoro raccontato dalle mostre fotografiche di Andrea Casari e dai video-documentari di Marco Valentini. E sintetizzato, forse ancora una volta, da una metafora sportiva. Per lasciare il messaggio che a chi recita è richiesto un impegno che vada oltre la fisicità degli ostacoli. Perché in fondo l’attore «è un atleta del cuore».

Giuseppe Malaspina              

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