Quella memoria collettiva conservata senza una maglia

C’è una squadra di calciatori che non hanno mai giocato tutti insieme. Perché le storie di ognuno di loro appartengono, ciascuna, a un suo tempo, per quanto ravvicinato. Eppure, lo spazio sul quale hanno corso e sudato rappresenta il loro grigio comune denominatore. Il campo sportivo di Tamburi vecchio è lo sfondo di una narrazione che raccoglie testimonianze di vita reale. Immaginario è invece il nome ‘Ilva Football Club’, un’ideale compagine di giocatori che sono stati dipendenti dell’acciaieria di Taranto negli anni Settanta e Ottanta e, su quel rettangolo dominato da due ciminiere, hanno condiviso la passione per il calcio, prima di ammalarsi e morire. A trasformare in inchiostro questa memoria collettiva, custodita meticolosamente da un commerciante del quartiere, sono i due giornalisti Fulvio Colucci e Lorenzo D’Alò. Gli autori del libro ‘Ilva Football Club’ riportano a galla le atmosfere che hanno accompagnato l’avvento e lo sviluppo del polo siderurgico nella città pugliese, da una prospettiva operaia. Nelle tre storie, intorno alle quali si sviluppa il reportage che dosa cronaca e poesia, c’è un filo conduttore che lega ricordi, oggetti, colori. C’è un rapporto fra fratelli che coltivano indoli diverse, in campo come nella vita. C’è una maglia sepolta dal tempo che si perde fra gli interstizi di un armadio. E poi ci sono il grigio, il rosso, il nero. Sfumature cromatiche di un veleno che inesorabilmente avanza il suo raggio d’azione. In mezzo a tutto questo, ci sono generazioni di lavoratori che hanno affidato a un gioco come il calcio, un momento per esprimere la propria libertà, sulla scia magari delle discese sulla fascia di Ruud Krol o di Franco Causio. Dando fondo alle proprie energie in una partita fra colleghi, o in un torneo amatoriale. Senza trascurare l’attività paziente di quei maestri, che andavano a caccia di talenti sulla strada, per educarli a una disciplina in nome di un riscatto sociale. Perché forse solo il campo di gioco è in grado di restituire una dimensione di osservazione e, contemporaneamente, di azione sulle cose. Lo testimonia un passaggio del testo, che racconta di un gol cercato e realizzato proprio in virtù di un colpo di testa. «Per un attimo – si legge – è come se fossi insieme, fuori e dentro il campo. A mezz’aria, in un posto di nessuno, un posto di frontiera. Solo con la palla e i suoi capricci». Il libro riesce anche a consegnare ai lettori un’inedita formazione che non verrà documentata da alcun tabellino di gara. Un undici sospeso temporalmente, e assemblato con i nomi reali di coloro che giocarono nella squadra fittizia che presta il titolo all’opera. Ecco allora La Carbonara, Ripiano, Papalia, De Tuglio, Andrisani, Guarino, Catapano, Casile, D’Alò, De Gennaro, Capozza. A scandirli non c’è la voce di un telecronista, ma i ricordi di un sopravvissuto. Che se si catturano e si si dispongono su carta, non sono destinati a scomparire. Come le lucciole travolte dall’inquinamento, delle quali ha scritto Pier Paolo Pasolini.

Giuseppe Malaspina

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