Il progetto Afro Napoli United, dalla storia al film

C’è un piano orizzontale. È quello dei campi di calcio di periferia, dove si disputano le partite dei tornei amatoriali. Dove la fatica e la passione sono il motore di un movimento che altrove, forse, si sarebbe disperso. Dove le condizioni per promuovere un progetto sono così difficili da pensare che, proprio per questo, ha senso provarci. E poi c’è un piano verticale. È quello che la traiettoria di un ascensore disegna ogni qualvolta che si stacca dallo zero per salire in alto. Verso quegli uffici che dovrebbero dare al progetto accennato prima, una veste di ufficialità. Punto d’incontro fra l’asse delle ascisse e quello delle ordinate di questa storia, è un uomo che si chiama Antonio, presidente e fondatore di una squadra di calcio. Una compagine multietnica, dal nome Afro Napoli United. A comporla, sotto il cielo partenopeo, sono migranti provenienti prevalentemente dal continente africano, oltre naturalmente a giocatori napoletani. Non sono iscritti a un campionato federale, eppure i risultati, dal punto di vista delle prestazioni in campo, sono soddisfacenti. Senza tralasciare l’aspetto sociale, in chiave d’integrazione. La data di nascita della squadra è il 2009. Sei anni più tardi, nel 2015, esce il film ‘Loro di Napoli’. Un documentario del regista Pierfrancesco Li Donni, che ne racconta le tappe, riprendendo per mesi allenamenti e frammenti di vita dei calciatori. Le vere barriere e difese avversarie, tuttavia, più che sul terreno di gioco, si annidano nei meandri della burocrazia. Nella ricerca affannosa dei permessi di soggiorno e, soprattutto, dei certificati di residenza. Documenti essenziali per il riconoscimento di diritti, fra i quali quello di poter giocare. L’ambizione di Antonio è di riuscire a ottenere l’iscrizione in terza categoria, cercando di infondere un senso di progettualità al gruppo. Il film restituisce così i piccoli passi di un percorso reale che riserva un epilogo felice ai suoi protagonisti. Portando a galla istantanee di esistenze, fotografate ora nei loro momenti di leggerezza, ora in altri di profondo scoramento. C’è, per esempio, la vicenda di Adam, originario della Costa d’Avorio e abitante nel quartiere di Secondigliano, alle prese con il sogno di trovare un lavoro. C’è Maxime, promessa della Nazionale ivoriana, che da Pianura scrive lettere a casa, nella speranza di diventare un giorno un calciatore professionista. E c’è Lello, il capitano. Uno dei rari casi di apolidia. Nato a Napoli senza essere dichiarato all’anagrafe. Costretto a osservare le partite ufficiali dei suoi compagni, da dietro una rete, in quanto sprovvisto di cittadinanza. I piccoli e grandi drammi personali trovano conforto nella forza del gruppo. E l’elemento del successo sportivo è un pretesto per raccontare l’importanza del fattore comunitario. La bellezza di Napoli, che emerge fra le storture, ha infatti il fascino di porre l’accento su questo fattore. E il concetto di squadra, dove è imprescindibile il rapporto fra singoli e gruppo, è probabilmente la metafora più efficace per parlare di comunità.

Giuseppe Malaspina