L’insostenibile leggerezza di essere Giuseppe Rossi

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Sulle spalle, un cognome tanto diffuso quanto evocativo. Se si scava per tornare indietro nel tempo di almeno trentacinque anni, infatti, è la voce di Nando Martellini a scandirlo. Rossi, tre volte in gol contro il Brasile di Sócrates e Zico. Ancora Rossi, con la doppietta in semifinale ai danni della Polonia. E infine Rossi, sempre lui, ad aprire le danze contro la Germania Ovest. Vincerà il Mondiale spagnolo, l’Italia di Bearzot grazie anche alle reti di Paolo Rossi. Che dallo stesso commissario tecnico verrà ribattezzato ‘Pablito’. E poi il Pallone d’oro, sempre in virtù di una straordinaria prestazione in Spagna, dopo avere scontato una lunga squalifica. Quando Paolo Rossi sollevava la Coppa del mondo, il suo omonimo Giuseppe non era ancora nato. Nascerà cinque anni più tardi, a Teaneck, negli Stati Uniti, da genitori italiani. E in Italia farà ritorno all’età di dodici anni, per giocare nel settore giovanile del Parma. Dopo un paio di parentesi in Inghilterra, nella sua carriera c’è posto nuovamente per il Parma, e soprattutto per il Villareal. Su centotrentasei presenze, l’attaccante esterno metterà a segno cinquantaquattro gol. In terra spagnola, però, arriva il primo infortunio, verso la fine del 2011. Rottura del crociato del ginocchio destro. Poco prima di rientrare, ecco una seconda lesione che gli impone un altro stop. Il ritorno al calcio giocato, con la maglia della Fiorentina, quindi un’ulteriore tegola. Nel 2014, a fermarlo è un problema al legamento collaterale mediale. Ultimo di un’importante lista d’infortuni è la rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro, occorso quando si trovava in prestito al Celta Vigo. Un bollettino medico che ha finito per offuscarne le particolari qualità tecniche. Seconda punta dotata di duttilità, Giuseppe Rossi calcia con un sinistro naturale, e riesce a far coabitare velocità e precisione nel tiro. Chissà se per il legame con la terra iberica, se per le movenze in area di rigore, o per il fiuto del gol, si è guadagnato il soprannome di ‘Pepito’. Ad affibbiarglielo, ancora una volta Enzo Bearzot, il Vecio, colpito dal suo estro. Pepito Rossi, oggi, come Pablito Rossi, ieri. Eppure l’oggi di Pepito non è ancora scattato fino in fondo, soprattutto in Nazionale, complici gli infortuni di cui sopra. Il suo talento, comunque, gli consente di giocare trenta partite con gli azzurri, mettendo a segno sette reti. Le primavere scorrono e Rossi taglia il traguardo dei trent’anni, un’età dove le certezze si definiscono. Il futuro sono pagine bianche da scrivere, mentre il presente ha i colori rossoblù e lo stemma del grifone del Genoa. Sotto la lanterna della città ligure, Pepito cercherà di vederci più chiaro sul suo destino. Nel frattempo, superato lo step delle visite mediche, si dice pronto per l’ennesima ripartenza. In bilico fra quel senso di evanescenza che assale chi è vittima di una ferita, e la tenacia che subentra più tardi, quando la cicatrice è solo un pretesto per tornare ad accarezzarsi la pelle.

Giuseppe Malaspina