Quando gli antieroi sospendono l’elaborazione del male

Immagine da Youtube

Un gruppo di ragazzi, una spiaggia, un pallone. Gli elementi presenti nella cartolina lasciano trasparire momenti di spensieratezza nello spettatore, restituendo atmosfere che evocano un senso di amicizia o di aggregazione. Eppure il fotogramma che cattura il clima è estrapolato dalla serie televisiva ‘Romanzo criminale’. Un’opera suggestiva che non nutre particolari pretese pedagogiche, e approfondisce una narrazione sotterranea del male, indagandone le origini e delineandone le conseguenze, autodistruttive soprattutto nei confronti dei suoi stessi interpreti. Tuttavia, in un contesto dove il colore predominante è il nero, riescono a trovare posto anche brevi ed episodici spiragli di luce. Quasi a volere recuperare brandelli di humanitas, seppelliti sotto una coltre di violenza. Che deforma il carattere, condiziona le relazioni, e arriva a sostituire i nomi di battesimo con nickname ante litteram di battaglia. Nella sequenza illustrata sulla spiaggia di Ostia, per esempio, il Libanese, il Dandi e il Freddo, in una situazione di quiete apparente mentre pianificano la vendita al dettaglio di un primo imminente carico di droga, sono interrotti da un trio di amici che giocano a pallone nei paraggi. L’irruzione di un momento di svago curiosamente provoca in loro l’insolito effetto di tornare a essere persone, non ancora sfiorate dalle dinamiche criminali. La partitella improvvisata sulla sabbia è un’occasione per sentire pronunciare i loro nomi reali. I tre infatti si presentano agli avversari come Pietro, Mario e Fabrizio. Un’istantanea fugace per ritrarre come viene riempita una pausa da chi si trova a nuotare in acque sempre più torbide, ma forse anche un espediente narrativo per tentare di rappresentare le molteplici e tortuose declinazioni della speranza. Quella di non smarrire del tutto le sembianze di umanità dalle proprie azioni.

Ripenso a questo fotogramma, davanti alla lettura della notizia del progetto ‘La partita con papà’. Un’iniziativa, giunta alla sua terza edizione, e promossa dall’associazione Bambinisenzasbarre per consentire ai figli dei detenuti di assistere in carcere, in un apposito spazio, a un incontro di calcio fra i genitori. L’idea che negli istituti penitenziari italiani, una semplice partita a pallone possa provare a lenire quel senso di separazione fra padre e figlio, che inevitabilmente piomba in un rapporto familiare quando alla consumazione di un reato scatta il meccanismo della carcerazione, è un modo per tornare a coltivare la speranza. Per alimentare, con tutti i limiti del caso, un circuito di bonifica del degrado. Per cercare di evadere e riflettere insieme, lontano da moralismi e spiriti emulativi, di fronte allo spezzone di un film.

Giuseppe Malaspina