Rivedere il film ‘Hooligans’ a oltre dieci anni di distanza

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L’inno del West Ham, scandito dal canticchiare del protagonista, riecheggia nel buio di una strada degli Stati Uniti. Una sequenza che chiude il cerchio nella trama circolare di ‘Hooligans’, il cui titolo originale è ‘Green Street’. La prima volta che vidi il film della regista tedesca Lexi Alexander fu in un cineforum di Potenza, nel 2007, a due anni di distanza dalla sua uscita. A colpirmi, il modo in cui la telecamera scese nella comunità delle ‘firms’ inglesi. Senza pretese pedagogiche da un lato e senza giustificazionismi dall’altro. Un’immersione in una dimensione opaca, se non s’inforca un particolare tipo di lenti per filtrare la realtà. La violenza è il filo conduttore che muove le vicende degli appartenenti ai gruppi organizzati di hooligans, raccontati nella storia. Ma sarebbe una semplificazione eccessiva limitarsi ad archiviare tutto con questa parola, senza indagare sulle ragioni che spingono i componenti delle tifoserie a competere fra loro sul terreno dei rapporti di forza. La pellicola non fornisce risposte, ma dissemina qua e là spunti per porsi delle domande. Come quando il personaggio di Pete, interpretato da Charlie Hunnam, dialogando in un vagone della metropolitana con Elijah Wood, che veste i panni di Matt, gli illustra le dinamiche che muovono la ‘GSE’, della quale è il capo. Ponendo l’accendo su un senso di implicita disciplina che animerebbe i suoi membri. Una sorta di spirito cavalleresco che eviterebbe loro di infierire vilmente contro un singolo avversario, senza risparmiarsi in ferocia quando i rivali invece si manifestano in massa. A condire le sue parole, il gesto di cedere il posto con un sorriso a una passeggera della metro, appena salita a bordo con un’ingombrante valigia. Matt ascolta le sue argomentazioni in un misto di perplessità e interesse. Il suo background porta dritto a una realtà universitaria statunitense, dove studiava giornalismo prima di essere ingiustamente espulso, a causa del potere della famiglia del ricco compagno di stanza. Il serbatoio di rancore personale ha quindi un pretesto per essere innescato. Ecco, la potenza del film è nel mettere tutti gli spettatori, intellettuali e non, di fronte al proprio rapporto, più o meno sopito, con il concetto di odio. «Basta pensare a qualcuno che odi», l’esortazione di Pete a Matt pochi istanti prima di una rissa contro alcuni assalitori. E l’odio purtroppo è un elemento presente in ogni essere umano. E con cui ogni essere umano si trova prima o poi a fare i conti. Perfino io, che mi ritengo una persona tendenzialmente pacifica ed equilibrata, davanti alla notizia della morte di Jorge Videla o Erich Priebke, non nascondo di aver provato un senso di rallegramento. E gioire della scomparsa di qualcuno non è qualcosa di edificante. Mi è capitato, complice un’influenza durante gli ultimi giorni dello scorso anno, di rivedere il film ‘Hooligans’. Erano trascorsi poco più di dieci anni dall’ultima volta. E se ho ritrovato intatta la forza narrativa della storia, la riflessione sul concetto di violenza si è inevitabilmente spostata sul piano reale della modernità e sull’uso delle nuove tecnologie. Da un odio ‘disciplinato’ e dirottato fisicamente contro un gruppo contrapposto, a un odio esercitato online e finalizzato a colpire i soggetti più vulnerabili. O, paradosso altrettanto spietato, a riservare pari trattamento all’aggressore virtuale del giorno prima. Un’anarchia fomentata dall’algoritmo dell’odio che forse, per essere arginata, necessiterebbe di un richiamo alle radici stesse dell’essere umano. E alla sua capacità di setacciare e contenere quella dose sommersa di violenza che, quando salta il tappo della percezione del senso di giustizia, non aspetta altro che essere sprigionata.

Giuseppe Malaspina