Quei calciatori che dribblano anche la propria icona

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«Non seguo tanto il calcio, ma quel giocatore con la barba e i capelli lunghi mi è rimasto impresso per la grinta con cui si dannava in mezzo al campo. Una vera furia». «Grande capitano della Spal e filosofo della sinistra hegeliana, ho fatto l’errore di non prenderlo al fantacalcio». «Il capitano è un calciatore ricco di dettagli da disegnare, dai tratti somatici fino alle movenze in campo, che lo rendono riconoscibile ai tifosi». I virgolettati, estrapolati da alcune frasi dei miei amici, si attenuano fino a diventare puntini. E io provo a unirli. Traccio delle linee che attraversino tutti i punti, come in un gioco grafico de ‘La settimana enigmistica’. Il risultato che salterà fuori sarà l’immagine di Luca Mora che, dopo quasi tre stagioni, lascia la compagine biancazzurra. Destinazione La Spezia, dove ritroverà Nicolas Giani, altro ex capitano spallino. Tre anni vissuti in salita, dalla Lega Pro alla B, dai cadetti alla massima serie. Tre anni di salite e di promozioni, di discese sulla fascia sinistra prima, per convergere più al centro poi. Dalla fascia di pertinenza al centro, per approdare infine a un’altra fascia, quella da capitano. Cuore e polmoni al servizio di una squadra che lo ha visto combattere con l’intensità di chi crede fortemente in un progetto. Con l’applicazione di uno studente che deve ritagliarsi spazio e tempo per concludere gli esami. Una filosofia di gioco che, guarda caso, sembra coincidere con il corso di laurea che si è scelto, la Filosofia appunto. Studiando Aristotele, che portava la barba come lui. O come Feuerbach ed Epicuro, citati anch’essi nel corso di alcune interviste in quotidiani sportivi nazionali. O almeno così ce li restituisce l’iconografia che li rappresenta. Già, le icone. Chissà quando una persona, in virtù del suo ruolo e della dimensione in cui il suo ruolo è esercitato, finisce per essere ‘iconizzata’. Nell’ambito calcistico, probabilmente i giocatori preferirebbero essere ricordati più per il pragmatismo che caratterizza il loro impegno nella squadra, che per elementi che riconducono al loro profilo formale e non sostanziale. Eppure, nell’immaginario sportivo dei tifosi ci sono elementi che non sfuggono a tale dinamica. Per il popolo rossonero, per esempio, la maglia con il 6 che casca sui pantaloncini, avvolgendoli dall’alto, sarà solo di Franco Baresi e della sua posizione nella retroguardia milanista. Per i nerazzurri, il 3 che avanza imperioso sulla corsia sinistra, è associato all’indimenticato Giacinto Facchetti. Per i tifosi del Napoli, la casacca azzurra con il numero 10 conduce inevitabilmente a Diego e alla sua classe. E via via, fino alle squadre della provincia italiana più eterogenea. Se penso alla mia Reggina, per esempio, l’espressione ‘il capitano’ materializza la figura di Ciccio Cozza. E della sua casacca amaranto con il numero 35, indossata durante la storica promozione del 1999. Quando venne ceduto, per la prima volta nel 2004, provai un insolito effetto di straniamento. Cercavo il suo posto a centrocampo come fosse una certezza smarrita, senza riuscire a trovarlo. Sapevo che adesso giocava nel Genoa, ma non volevo arrendermi all’idea che non fosse ancora dei nostri. Invece Ciccio era partito. Poi sarebbe tornato, ben due volte da calciatore, perché «certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano», come recita un noto brano di Antonello Venditti. Ma se ci penso bene, non avrei più catturato con gli occhi il suo storico numero 35. Intanto perché avrebbe vestito il 10, già nel primo anno di serie A. Come il barbuto Mora, che dal 19 del 2016 sarebbe passato al 20 del 2017, e che avrebbe tagliato la barba durante il ritiro, prima dell’inizio della stagione in corso. E poi, perché quello che realmente mi mancava di Cozza non era la proiezione personale di un immaginario sportivo, ma l’apporto concreto di uno dei più forti centrocampisti amaranto. Un’essenzialità che si colloca decisamente nella sfera del ‘fare’ e non certo in quella dell’apparenza. Come immagino mancherà alla tifoseria spallina, il contributo in campo della sua preziosa mezzala. Magari proverà a rintracciarla in quell’ampia porzione di tappeto verde, da lui calpestata a iosa durante le partite. E se la ricerca non basterà a renderla visibile, verrà in soccorso il ricordo. Perché la memoria sportiva è mossa da un meccanismo curioso. E quando si attiva, suscita più emozioni di qualunque rompicapo, seminato qua e là in una copia de ‘La settimana enigmistica’.

Giuseppe Malaspina