Cronaca onirica della finale Argentina-Senegal

Ho sognato l’atto conclusivo del prossimo Campionato del mondo in Russia. Nel teleschermo sfilavano l’albiceleste Argentina e i biancoverdi del Senegal. Una finale insolita e bella, come ogni impresa corale costruita intorno a gesti, episodici e straordinari, dei suoi protagonisti. L’alone onirico che avvolgeva l’atmosfera dello stadio moscovita, rendeva il match qualcosa di ovattato e familiare. L’alfabeto cirillico traduceva pedissequamente i nomi dei calciatori delle due squadre, disposte sul cerchio di centrocampo per gli inni. Per l’Argentina, vedevo scorrere la telecamera sui volti di Romero, Peruzzi, Roncaglia, Otamendi e Tagliafico, Paredes, Lo Celso e Pastore, Messi, Agüero e Gómez. Rispondeva il Senegal, con Gomis, Sabaly, Djilobodji, Koulibaly e Dramé, Kouyaté e Gueye, Niang, Mané e Keita, e poi Sakho. Un ordinato 4-3-3 contro un effervescente 4-2-3-1. Il tempo del fischio d’inizio, e l’obiettivo della regia plana su Diego Armando Maradona. Primo piano per il Pibe, seduto in tribuna con gli occhi fissi sulla partita. La palla è una biglia, che si muove assecondando una trama di fitti passaggi, fra i calciatori sudamericani. Il pubblico argentino manifesta moderato entusiasmo, mentre i supporter avversari non lesinano energie, nel palesare il proprio attaccamento alla squadra. D’altronde, il percorso senegalese è filato dritto come un treno. Primo nel girone di competenza, quindi rivali di rango come Belgio e Germania, liquidate contro ogni pronostico in ottavi e quarti, infine un po’ di fatica nel domare la Spagna in un’estenuante semifinale. Tutto sommato, un risultato inimmaginabile alla vigilia dei Mondiali. Scenario decisamente più complicato, invece, per la Selección. Con il superamento del girone grazie a una provvidenziale differenza reti. Sfide al cardiopalma, subito dopo, contro la Francia, sconfitta nei minuti di recupero, e contro la Russia, piegata ai calci di rigore. Infine, vittoria nella rocambolesca semifinale con il Brasile, probabilmente la partita più emozionante del torneo. Ed eccole qui, l’una di fronte all’altra, ciascuna con la consapevolezza che, credendoci fino in fondo, può fare sua la coppa. Il blasone sembra dare ragione agli argentini, che accentuano la velocità dei passaggi, aumentando la percentuale del possesso palla. El Kun sfiora il palo con un bolide da trenta metri, e Leo Messi, tenta il pallonetto dal limite dell’area, ma il portiere spallino è bravo a disinnescare la minaccia. Il gol sembra questione di attimi. Eppure il calcio è un’opera che non smette di riservare colpi di scena. Al diciassettesimo del primo tempo, Sabaly, il laterale destro del Bordeaux, vince un contrasto a metà campo e s’invola sulla fascia. Sospinto dal tifo del pubblico, aggira due avversari, mentre con la coda dell’occhio scorge la testa del compagno Sakho. Il suo tentativo di cross, però, fa i conti con Tagliafico, il terzino sinistro dell’Ajax che irrompe con il piede, sporcando la traiettoria del tiro. La palla s’impenna a metà fra Romero e Otamendi. Un istante d’incertezza, ed ecco spuntare Sadio Mané. Il trequartista del Liverpool si fionda sulla sfera, sfruttando la plasticità del suo metro e sessantasei di statura. Salta più in alto di tutti, che restano increduli a vedere la palla finire nel sacco. Il fermo immagine del colpo di testa rimanda alla rete memorabile del camerunense Oman-Biyik, ai danni proprio dell’Argentina, nella partita inaugurale dei Mondiali, nel 1990. Lo stadio Lužniki è una bolgia. I biancocelesti accusano il colpo, ma provano a riprendere le redini del gioco. L’atalantino Gómez riceve un pallone da Lo Celso, e sta per scoccare il tiro, però trova il contrasto di Djilobodji. El Papu contro Papy, come viene soprannominato il roccioso difensore del Digione. Nessun fallo, e il match può proseguire. Il secondo tempo è un assedio a una porta sola. La Pulce le prova da tutte le posizioni, ma il muro del Senegal protegge il risultato. Entrano gli juventini Higuaín e Dybala al posto di Agüero e Gómez, e i loro piedi sono catapulte rivolte vero la porta biancoverde, che rimane tuttavia imbattuta. L’azzurro Koulibaly è una roccaforte che si chiude per neutralizzare le offensive argentine, e si apre per far ripartire l’azione. Da un suo lancio Niang s’infila nella retroguardia sudamericana e, a tu per tu con Romero, si fa stendere dall’estremo difensore. Non serve la Var per decretare il rigore. Keita vuole il gol e si precipita sul dischetto, mentre mancano sette minuti alla fine. Sugli spalti, sono inquadrati alcuni tifosi del Senegal proprio con la maglia numero 7, quella indossata da Henri Camara nei Mondiali del 2002, autore di una doppietta alla Svezia, e giocatore peraltro ancora in attività. Pastore, nel frattempo accusa dei crampi, e lascia il campo al trequartista trentasettenne Andrés D’Alessandro. Romero pensa alla finale sfumata nel 2014 contro la Germania. Si concentra sulla palla. Keita è una freccia nella sua rincorsa, e calcia angolatissimo. Il portiere indovina l’angolo e si flette come un giunco per arrivarci con la punta delle dita. Tocca il pallone quel tanto che basta per farlo carambolare sul palo e rimbalzare in area. Roncaglia è un falco che si avventa sulla preda. Cattura la sfera e, lesto, la distribuisce a Tagliafico. I tifosi argentini rivedono nel gesto di Romero, uno dei guizzi di Sergio Goycochea, saracinesca dagli undici metri a Italia ’90. Il pallone viaggia intanto sulla corsia di sinistra, custodito dall’esterno dell’Ajax. I fumogeni sporcano la nitidezza delle immagini. Siamo in prossimità dell’area di rigore del Senegal. Tagliafico appoggia a Paredes, che crossa nel mucchio. K2 svetta di testa e ribatte. Lo Celso recupera e serve Messi, che libera in area El Pipita. Il centravanti si coordina e scaraventa la palla verso la porta da distanza ravvicinata. Gomis devia in angolo, con un balzo felino. Ventidue uomini in un’unica metà campo. Parte la parabola di Gino Peruzzi. Kouyaté e Roncaglia si affrontano in aria. La palla zigzaga a sinistra dell’area. Papy la stoppa, ma non si accorge di D’Alessandro che, con destrezza, gliela ruba in velocità. Sono attimi, frazioni di secondo, eppure El Cabezón corre. Corre, e pensa alla sua convocazione strappata al volo. Pensa a quando era una promessa, pensa a quando venne inserito fra i cento migliori giovani giocatori del 2001 dalla rivista Don Balón, pensa alle parole di Maradona che lo definì «l’unico che mi fa divertire guardando una partita di calcio». Salta un difensore. Finta il tiro, pescando dagli angoli nascosti della sua mente la ‘boba’, un pezzo di un repertorio che, da pregiato, con gli anni era diventato quasi stucchevole. Il piede sinistro effettua una torsione e, all’ultimo momento, cambia direzione d’impatto. La conclusione, in apparenza rasoterra, è un piatto morbido che si deposita sotto l’incrocio dei pali, alla destra del portiere. Diego si alza esultando. Gli argentini sono in tripudio per il pareggio conquistato in extremis. Si va ai tempi supplementari. Chissà se Andrés sta pensando a una delle sue tante seconde vite calcistiche. Quella al Real Saragozza, quella all’Internacional, quella al River Plate dove tutto era cominciato. Tante tappe dalle quali ripartire dopo una nuova delusione. Non so davvero a cosa stesse pensando, in mezzo a quel delirio, Andrés El Cabezón D’Alessandro. So soltanto che il biancoceleste dei fumogeni aveva avvolto i bordi del campo. I giocatori non si distinguevano più. E il sogno cedeva il passo alla veglia.

Giuseppe Malaspina