Il ritmo (reggae) invisibile che lega musica e calcio

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È difficile trovare nel vocabolario una parola che avvolga, e che saldi insieme, il significato di ‘intimo’ e quello di ‘corale’. A livello figurativo, la descrizione di questo vocabolo potrebbe coincidere con una sorta di clessidra in perenne movimento, che assorbe la sabbia per poi restituirla. Da un lato, il bisogno di un benessere personale, interiore, intimo appunto, che sia esso un rifugio dai problemi o una riconquista di libertà. Dall’altro, un desiderio di relazioni con gli altri, di coralità, di appartenenza a qualcosa di più grande, e di cui non si riescono a vedere nitidamente i confini. In mezzo a queste due forze del meccanismo, c’è il tempo che scandisce tutto. Ecco, risulta complicato dunque rintracciare un luogo dove intimità e coralità possono coesistere in simultanea, mentre il tempo rimane sospeso. Forse la musica, e il calcio, riescono almeno per un po’ a compiere questa impresa rivoluzionaria. E forse Bob Marley l’aveva capito. Fra un brano musicale e una partita a pallone, aveva compreso che il tempo si può sospendere e l’armonia si può manifestare allo stesso modo, a livello intimo e corale. Se oggi fosse ancora vivo, avrebbe da poco compiuto settantatré anni. Il compleanno, Robert Nesta ‘Bob’ Marley, l’avrebbe festeggiato infatti, martedì 6 febbraio della scorsa settimana. E chissà se, a vivacizzare l’evento, sarebbe stato un match o un concerto. Perché, dagli aneddoti che hanno costellato la vita del cantautore cresciuto a Trenchtown, l’essenza di questo sport gioca un ruolo fondamentale. «Se non fossi diventato un cantante, sarei stato un calciatore o un rivoluzionario. Il calcio significa libertà, creatività. Significa dare libero corso alla propria ispirazione», la citazione che con maggiore frequenza gli viene attribuita. Una biografia tanto piena e intensa di cose, quanto breve come gli anni che l’anno caratterizzata. Eppure, del potere sovversivo della musica e di tutto ciò che ne riprendeva i principi, e dell’importanza di rovesciare la prospettiva attraverso la quale guardare la società, Bob era particolarmente consapevole. «Emancipate voi stessi dalla schiavitù mentale, nessuno all’infuori di noi stessi può liberare le nostre menti», è il verso di ‘Redemption song’, uno dei suoi brani più intimi e popolari, dove è presente un richiamo alle persone sia come individui che come comunità. Due superfici dello stesso specchio che il sole riesce a fare brillare entrambe, quando la mano compie un gesto repentino che sospende il tempo, o semplicemente lo fa girare più veloce. E la creatività, il guizzo disegnato da quella mano può arrivare dall’arte, nel caso della musica, o anche dallo sport, e il calcio è un esempio significativo. Chissà se pensavano a tutto questo, i centomila spettatori accorsi allo stadio di San Siro, a Milano, nel giugno del 1980. Uno spettacolo indimenticabile con protagonista Bob Marley, insieme ai Wailers. Fra coloro che aprirono il concerto, anche il bluesman Pino Daniele, la cui poetica musicale sintetizza genialità individuale e narrazione collettiva. E chissà se lo stesso artista nato a Nine Mile nel 1945 e scomparso a Miami nel 1981, si sarebbe mai immaginato un futuro approdo della sua Nazionale a un Mondiale. Sarebbe capitato nel 1998, con una Giamaica in veste di meravigliosa e sfortunata pioniera, ancora alla ricerca della sua rivoluzione calcistica.

Giuseppe Malaspina