La parabola di Adriano, che visse due volte

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Quando il vocabolo ‘imperatore’ è tradotto in lingua latina, smarrisce la sua ultima vocale, e diventa ‘impĕrātŏr’. Una parola che, anagrammata, riacquista un significato italiano e produce il minaccioso suono, ‘patiremo’. Un presagio, vissuto al plurale per mitigarne il peso, quasi a contrappasso di un sogno coltivato invece nell’intimo della propria persona. Fra i risultati del più conosciuto motore di ricerca, il calciatore brasiliano Adriano Leite Ribeiro precede di poco l’imperatore romano Publio Elio Traiano Adriano. A separarli, la biografia e quasi una ventina di secoli. Ad accomunarli, il nome e l’appellativo ‘imperatore’. Eppure, se del governo del condottiero salito al trono, le fonti restituiscono un periodo caratterizzato da tolleranza, splendore delle arti ed efficienza, la storia recente del suo omonimo votato al calcio non risparmia di puntare i riflettori sia sulle luci che sulle ombre. Perché la carriera di Adriano di Rio de Jainero, neo-trentaseienne calciatore svincolato, procede a zig-zag, fra impennate e cadute, senza arrivare mai alla conquista definitiva di qualcosa. Il suo recente compleanno è lo spunto per tracciare il resoconto di una vita sportiva fitta di speranze, ciclicamente ridimensionate strada facendo. Senza trascurare l’ambizione che ne aveva scortato i momenti di ascesa. Il primo su tutti, l’amichevole d’agosto contro il Real Madrid, nel 2001. Sulla casacca nerazzurra, il numero 14, legato al suo iniziale schieramento in panchina, ma comunque evocativo di fascino per coloro che sono estimatori di Johan Cruijff. Il diciannovenne proveniente dal Flamengo, entra in campo al Santiago Bernabéu, a cinque minuti dalla fine dei tempi regolamentari. Dopo un paio di giocate che infiammano il pubblico, mentre la partita è inchiodata sul punteggio di 1 a 1, si procura un calcio di punizione, al limite dell’area. Spettatori e cronisti si aspettano una conclusione da parte dei titolari Di Biagio o Seedorf, invece la bordata è scoccata dal suo piede sinistro. Una catapulta sferrata sotto l’incrocio dei pali madrileno. Rete e vittoria. Tutti gli interisti ricordano la prodezza. In pochi, forse, l’istantanea corsa che l’accompagna subito dopo. Adriano corre verso la panchina, l’indice alzato verso il cielo, e raccoglie l’abbraccio dei compagni. Il suo è il sorriso gioioso del debuttante che entra di prepotenza nello scenario internazionale. Di gol, ne arriveranno molti altri. Come con l’esperienza nella Fiorentina, qualche mese dopo. Fino alle due annate a Parma, e quindi con il ritorno a Milano. Alcuni infortuni si mettono di striscio, ma la tenuta del carro armato Adriano è ancora affidabile. La Nazionale brasiliana lo convoca con maggiore regolarità, e per i portieri avversari è difficile contenere la sua potenza. Talvolta, in fase di finalizzazione, capita di vederlo fermo all’atto di ricevere l’ultimo passaggio, per poi scoccare immediatamente la cannonata micidiale. Rileggendo la sequenza alla luce di come sono andate le cose, sembra che la sua parabola calcistica abbia alternato momenti di stop e di accensione. Stop and play, come un anarchico registratore. Due gesti tanto antitetici quanto connessi, come due proiezioni speculari di un’unica vita. E un bivio che, se imboccato verso la strada sbagliata, non consente un ritorno indietro. Dal 2005, la parabola comincia una progressiva fase di calo. Le prestazioni positive diminuiscono, la mole fisica appare aumentata, e i tifosi si accorgono che Adriano non è più lo stesso. Abuso di alcol, problemi legati a una depressione, della quale farà cenno in un’intervista di qualche tempo più tardi, ne compromettono in maniera decisa il rendimento. Gli anni successivi sono un giro dietro l’altro a inseguire l’Adriano che non ritorna più. Flamengo, Roma, Corinthians, ancora Flamengo, Atlético Paranaense, infine Miami United. L’ultima volta che il suo nome, insieme a quello di Ronaldinho, viene accostato a una squadra, è dopo la tragedia aerea che colpisce la Chapecoense, ma l’operazione non va in porto. Una girandola di ripartenze e di rescissioni contrattuali lo riportano in Brasile, nella vasta favela di Rocinha, dove tutto ha avuto inizio. E dove è difficile, se non impossibile, crescere dando pienezza a un progetto.

Giuseppe Malaspina