Ogni maledetta domenica, sulla panchina del Benevento

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Quando il cammino verso un traguardo incontra una pendenza quasi verticale, la motivazione per procedere diventa merce tanto rara quanto preziosa. Un po’ come la molla che spingeva i cercatori d’oro nel Klondike, raccontati nelle storie di Jack London. Quell’impulso a oltrepassare fatica, gelo, sacrifici e imprevisti, per fare propria una semplice pepita, magari sotterrata da una coltre di terra. Immaginarla davanti ai propri occhi, fosse anche fievole la sua luminosità, e sebbene circondata da ostacoli che ne offuscassero la figura, era sufficiente per provare a catturarla. L’importante era tenerla bene a mente. Come nel calcio per la conquista di un successo, o per il raggiungimento di una salvezza. L’impresa più ardua non può prescindere dall’immagine della sua futura riuscita, dalla sua visione, dalla sua luce. E guarda caso, ‘Luce’ è il soprannome da calciatore di un allenatore, chiamato a compiere qualcosa in questo campionato che, definire impresa, è un puro eufemismo. Roberto De Zerbi, tecnico del Benevento, era un centrocampista quando giocava a pallone. La sua posizione in campo, unita a una notevole visione di gioco, gli è valsa a renderlo il faro della manovra delle squadre dove ha militato, e a fornire un senso al suo insolito soprannome. Cresciuto nelle giovanili del Milan, veste le casacche di compagini come il Monza, il Padova, il Como, l’Avellino, il Lecco, il Foggia, l’Arezzo, il Catania, il Napoli, il suo Brescia, fino a concludere la carriera da calciatore prima nelle fila del club rumeno Cluj, e infine al Trento. Darfo Boario, Foggia e Palermo sono le tappe che scandiscono la sua nuova vita di mister. Il presente, oggi, scorre sulla panchina del Benevento, neopromossa alle prese con la massima serie. Subentra in corsa a Marco Baroni, esonerato dopo nove sconfitte consecutive in campionato. Per la Strega, il passivo continua a essere pesante. E De Zerbi fa i conti con altre cinque sconfitte, nonostante la squadra dimostri sprazzi interessanti di gioco. Una boccata d’ossigeno arriva la prima domenica di dicembre dello scorso anno, con il pareggio casalingo contro il Milan. Il gol del definitivo 2 a 2, è messo a segno nei minuti di recupero dal portiere Brignoli. Eppure, al di là dell’entusiasmo legato alla prodezza dell’estremo difensore, il gruppo dà prova, seppure episodica, di agonismo e di brillantezza. Ciciretti, D’Alessandro, Coda, Brignola, sono alcuni dei nomi che i telecronisti sottolineano per evidenziare una fluidità di movimento corale, articolato anche nel corso dei match successivi. Dal quale non può non rintracciarsi l’impronta di mister De Zerbi. I punti, tuttavia, faticano ad arrivare, e la sensazione è che perfino le residue speranze di evitare la retrocessione siano destinate a scomparire. Certo, c’è l’esempio del Crotone della stagione 2016/2017, partito decisamente con un piede in serie B e salvo all’ultima partita, a testimoniare quanto l’impossibile sia un concetto relativo. Ma l’impressione che accompagna lo spettatore delle partite dei giallorossi è che, per quanto gioco e talento non manchino, la sfortuna conservi un peso più che rilevante. Ma proprio mentre la situazione appare in costante caduta libera, ecco arrivare vittorie contro Chievo, Sampdoria e Crotone, senza trascurare prestazioni più che dignitose contro avversarie di rango. Lo spunto di riflessione, dunque, nasce dal paradosso di far bene quando i riflettori non sono più puntati davanti a te. Quando la pressione, anche mediatica, allenta la sua presa, e magari non tocca più rispondere a domande su che senso abbia continuare a scendere in campo senza guadagnare punti. Provo per un attimo a immedesimarmi in questo giovane allenatore del 1979. A misurarmi con un approdo in corsa, con la matematica certezza di zero punti in classifica al mio arrivo, con la consapevolezza di avere in squadra giocatori con potenziale non espresso, con un mercato di riparazione che rivoluziona la rosa (per esempio introducendo un elemento di qualità e umiltà come il centrocampista brasiliano Sandro) senza tuttavia riuscire a raccogliere risultati utili, pur costruendo tanto. Ecco, il pensiero traslato vola a quei cercatori d’oro dello Yucon, che fra mille intemperie continuano a percorrere il loro ripido viaggio. A credere con lucida ostinazione nel loro progetto. E a presentarsi in conferenza stampa, con invidiabile maturità. All’infuori da citazioni cinematografiche, ogni maledetta domenica.

Giuseppe Malaspina