Quanto è crudele l’umanesimo che è nel calcio

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Gli addetti ai lavori lo chiamano rettangolo di gioco. Una superficie delimitata da due linee di porta e due linee laterali, all’interno della quale la partita ha il suo svolgimento. Se ci si limitasse all’elemento geometrico, descrivere il calcio a qualcuno che non ne ha mai lontanamente sentito parlare, tutto si ridurrebbe a un insieme di regole e a ventidue atleti chiamati a competere sul piano fisico, muovendosi su un binario tracciato. Un asettico formalismo privo di pathos, e incapace di suscitare un minimo coinvolgimento all’infuori dell’appartenenza ai colori della propria squadra. È frequentando quel terreno verde, invece, che la sfera della consapevolezza acquisisce nuovi tasselli. Dall’idea di estetica di gioco al concetto stesso di coesione di un gruppo, fino al riconoscimento del talento più puro. Ed è proprio in quel momento che il piano diventa inclinato. Forse perché le storie dei giocatori che lo popolano finiscono per acquisire una sorta di mitizzazione. Una dimensione parallela che, agli occhi bambini di chi la guarda, restituisce un sapore più magico che realistico. Se fosse un racconto, un film, o una serie, questo meccanismo si avvicinerebbe alla sospensione dell’incredulità. Uno strumento inconscio mosso da una passione tale, da fare scorrere il tempo e i suoi personaggi in un mondo a sé stante. Capita che a volte, però, il risveglio sia brusco. Che la realtà irrompa, creando un aspro cortocircuito. E che gli eroi di quell’universo parallelo perdano d’un tratto i loro poteri. E che, attraverso un evento luttuoso come la morte, ritornino a essere semplicemente quello che sono. Esseri umani. Da piccolo e lontano appassionato di calcio, e di storie legate al pallone, ebbi occasione di provare questo cortocircuito per la prima volta nel 1993. Quando seppi di un disastro aereo senza superstiti, nei pressi del Gabon. Il velivolo che s’inabissò nell’oceano Atlantico trascinò via con sé la vita dei calciatori dello Zambia, diretti a Dakar per un incontro valevole per le qualificazioni ai Mondiali, che si sarebbero giocati negli Stati uniti, nell’anno successivo. La maggior parte di loro, era reduce da un successo ai danni dell’Italia olimpica a Seoul, nel 1988. Un 4 a 0 scolpito nella storia del calcio, oltre a una disfatta clamorosa per gli azzurri. Eppure gli artefici di quella vittoria insperata, solo cinque anni più tardi, sarebbero rimasti vittime di una tragedia. Negli anni successivi, quel cortocircuito sarebbe tornato a rovinare un gioco così bello, tante altre volte. Nel 1995, con la scomparsa di Andrea Fortunato, per le conseguenze di una leucemia. Pare che la Nazionale allenata da Sacchi gli avrebbe dedicato l’eventuale vittoria del Mondiale nel 1994, quando il giovane terzino sinistro bianconero ancora combatteva la sua battaglia. Nel 1997, un incidente stradale si portò via l’attaccante atalantino Federico Pisani. Anche Niccolò Galli, figlio dell’ex portiere Giovanni e giovane promessa della difesa del Bologna, nel 2001, perì in un incidente stradale. Sorte analoga alla loro, nel 2002, quella del difensore del Brescia Vittorio Mero, e dell’attaccante del Chievo Verona Jason Mayélé. Talvolta il trauma arriva direttamente sul campo, come nel caso del talentuoso centrocampista camerunense Marc-Vivien Foé, colpito da un attacco cardiaco mentre era in corso la sfida contro la Colombia, nella semifinale di Confederations Cup del 2003. Una storia che ricorda quella del centrocampista ex Vicenza, Reggina e Livorno Piermario Morosini, che si accascia a terra in seguito a una crisi cardiaca durante un match di campionato contro il Pescara, e muore più tardi in ospedale. Poi ci sono le scomparse di calciatori legate alla Sla. Fra i casi più conosciuti, il difensore ex Pisa e Parma, e indimenticato capitano del Genoa Gianluca Signorini. E l’attaccante ex Como, Fiorentina e Milan, Stefano Borgonovo. Centravanti era anche il nigeriano Rashidi Yekini, ex pallone d’oro africano, scomparso nel 2012 all’età di 48 anni. Un elenco luttuoso che non risparmia campioni e promesse, riferimenti nazionali o di una piccola comunità. E mentre provo a scorgere altri nomi, sono convinto di dimenticarne qualcuno. Il 2013 segna la scomparsa, a causa di una malattia, dell’ex attaccante di  Napoli e Benevento Carmelo Imbriani. Nel 2015, in seguito a un malore, muore il cinquantaduenne Luigi Marulla, storico attaccante del Cosenza. Al suo funerale, erano presenti delegazioni di tifosi sia di squadre gemellate che rivali. Oggi lo stadio cosentino porta il suo nome. L’anno scorso, scompare a causa di un infarto il centrocampista ex Parma e Reggina Tarcisio Catanese. Risonanza mondiale, inoltre, è arrivata per la tragedia aerea del 2016 che ha coinvolto la Chapecoense, in un incidente che è valsa la vita a quasi tutti giocatori della squadra brasiliana. Episodi che tornano in mente quando le pagine del calcio s’incrociano nuovamente con quelle della cronaca nera. Quando leggo della recentissima e improvvisa scomparsa del capitano della Fiorentina Davide Astori. E il pensiero vola alle sue passate convocazioni in Nazionale, e ai sogni di un ragazzo gentile alle prese con i duelli in area di rigore. Il piano perde la sua inclinazione e si riassesta ferocemente in una gelida domenica di marzo. Ancora una volta, la dimensione epica di uno sport fa i conti con quella precaria degli esseri umani. E chissà se è proprio la loro vulnerabilità a renderli, agli occhi degli altri, i protagonisti.

Giuseppe Malaspina