Gli ottant’anni di Bruno Pizzul sono la somma delle nostre adolescenze

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Riconoscersi in un timbro di voce. Ricondurre il concetto di ascolto alla sua funzione essenziale, quella di momento indispensabile per la partecipazione a qualcosa. Poi riavvolgere all’indietro il nastro dei ricordi del proprio immaginario sportivo, e scorgervi un’espressione tanto semplice quanto elegante che suona più o meno così, «gentili ascoltatori, buonasera». Il flusso emozionale si accende con la repentina destrezza di chi è avvezzo a sprigionare una scintilla da due pietre focaie che si sfregano. La singola storia che nascerà di lì a poco sarà incendio che avvampa, o flebile fiammella, vittoria elettrizzante o cocente delusione. Oppure si limiterà ad accompagnare il tempo che le abbiamo concesso con la lealtà di un amico che ha provato a coinvolgerci in qualcosa di emozionante. Sia essa la finale di un campionato del mondo, o una piacevole sfida d’estate del memorial Pier Cesare Baretti. Se penso alle telecronache delle innumerevoli partite raccontate da Bruno Pizzul, finisco per fare i conti con le tappe della mia crescita. Il linguaggio forbito e insieme popolare, come capacità di viaggiare in equilibrio sulle cose. Come collante efficace fra il principio di libertà e quello di uguaglianza. Certo, in fondo si tratta sempre di calcio. Della leggerezza di una palla che rotola trascinando con sé illusioni e speranze, eppure il giornalista friulano che oggi compie ottant’anni è stato il narratore ufficiale di questo denso mondo di metafore. Senza tralasciare il curioso e originale frasario, del quale è stato di volta in volta interprete o autore. In molti ricordano il suo «tutto molto bello» a sottolineare una situazione caratterizzata da particolare brillantezza. A questo proposito, «stiamo soffrendo» rappresenta il fastidioso contraltare, la nemesi del gioco, la faccia sporca della stessa medaglia. Mentre a scuola, io e miei compagni studiavamo le vicende mitologiche dell’Iliade e dell’Odissea, disseminate nelle sue telecronache, trovavano posto adeguato parole come «eccezionale prodezza», «straordinario coraggio», «scampoli di gloria». Un richiamo all’eroismo agonistico dei giocatori che rendeva il campo di calcio una sorta di interessante campo semantico. Le pagine del vocabolario Latino-Italiano non sempre si sfogliavano con disinvoltura. Poi arrivava Bruno, e pescava dal cilindro un verbo come «cincischiare», dal latino ‘incisulare’, tagliare male, perder tempo, per indicare un approccio calcistico volto a esitare senza concludere. Oppure menzionava un «conciliabolo», dal latino conciliabŭlum, luogo di adunanza, riunione, riferendosi a una fase di tensione di gioco, talvolta predittivo di una mischia. E il legame con una lingua morta si rinsaldava, più vivo che mai. Nelle telecronache di Pizzul non mancavano anche arditi costrutti connessi alla modernità. Rammento una conclusione rasoterra di un attaccante, terminata fuori di pochi millimetri, alla destra del portiere. In altre occasioni, il suo commento sarebbe stato «a pelo d’erba». In quella circostanza disse che «la palla fa la barba al palo». A distanza di tempo, sarebbero stati diversi i giocatori testimonial di lamette per radersi. Ecco, assistere alle telecronache di Bruno Pizzul è un tuffo nel mare delle adolescenze passate. Con onde a volte placide e altre tumultuose. Forse è mancata la conquista definitiva di un successo. La finale persa contro il Brasile nel 1994, o quella contro la Francia nel 2000. E poi la sconfitta ai rigori nella semifinale contro l’Argentina nel 1990. I, troppe volte, maledetti rigori. Eppure quel senso d’incompiutezza che ha accompagnato i sogni di una generazione, non può prescindere da una voce che ne ha scandito il percorso. Regalando un senso anche alle piccole cose. Alle sere d’estate, all’amicizia, a un pezzo di stoffa che per una notte diventa la «tradizionale casacca azzurra».

Giuseppe Malaspina