Il processo hegeliano nella sfida fra Liverpool e Manchester City

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Quando l’urna di Nyon ha deciso i prossimi accoppiamenti di Champions League, è saltato fuori un quarto di finale dal sapore suggestivo. Quello fra il Liverpool e il Manchester City, infatti, non è soltanto il derby d’oltremanica, ma è anche un match fra due interpretazioni moderne del gioco del calcio. Fra due filosofie che, attraverso il meticoloso lavoro di studio degli allenatori nelle rispettive panchine, finisce per mettere a confronto due veri e propri modelli. Una sfida che, alla luce del percorso delle due squadre sia in Inghilterra che in Europa, suona come un’avvincente resa dei conti. Da un lato i reds guidati da Jurgen Klopp, dall’altro gli sky blues alle dipendenze di Josep Guardiola. Un duello fra due forze contrapposte, che nel corso di questa stagione ha già consumato due atti. Il primo registra una vittoria schiacciante dei Citizens con un passivo difficile da digerire per i propri avversari. Un 5-0, datato 9 settembre 2017, che è servito a chiarire valori tecnici, sistema di gioco e gerarchie della Premier League, fin dalle prime giornate. I giocatori del Manchester City hanno schierato un 3-5-2 compatto a centrocampo e, in virtù di una sapiente verticalizzazione di Kevin De Bruyne che ha pescato con precisione certosina l’attaccante Sergio Aguero, sono passati in vantaggio. L’entrata sciagurata di Sadio Mané ai danni del portiere Ederson con conseguente cartellino rosso, ha inevitabilmente spostato gli equilibri della partita. Alla rete del calciatore argentino sono seguite le doppiette di Gabriel Jesus e di Leroy Sané. Una cinquina pesante ad avvalorare la tesi del calcio rapido e geometrico del tecnico spagnolo, esportatore di bel gioco nella terra d’Albione. L’avanzata dello schiacciasassi Manchester City prosegue così senza particolari frenate fino alla, non ancora matematica, progressiva conquista del titolo inglese. Il secondo atto della gara, tuttavia, giunge nella quarta giornata di ritorno, quando gli uomini di Klopp prendono le dovute contromisure. Se quello di Pep Guardiola rappresenta, in un certo senso, il prototipo del calcio veloce e moderno, l’antitesi proposta all’Anfield Road, il 14 gennaio scorso, ha operato aggredendo gli avversari con un’intensità talmente elevata da sconfinare in una sorta di post-moderno. Linee altissime e distanze ridotte fra difensori, centrocampisti e punte. Un 4-3-3 speculare al medesimo modulo adottato da Guardiola, e un caparbio lavoro di pressione, soprattutto da parte degli interni, hanno reso possibile la prima sconfitta del Manchester City in campionato. Una disfatta certamente di misura, visto che il tabellino di fine gara reciterà 4-3 per il Liverpool. Livello tecnico complessivo omogeneo dei team in campo, e vulnerabilità salvaguardata in parte della retroguardia dei reds, hanno certamente contribuito a tenere in bilico il risultato. Eppure, il gioco espresso ha consegnato agli spettatori una prova di forza riuscita da parte della squadra agli ordini di Klopp. La determinazione di Alex Oxlade-Chamberlain nel catapultarsi su un pallone e perforare la porta rivale, ha dato il là alla riuscita dell’impresa. Consolidata dai gol di Roberto Firmino, Sadio Mané e Moahamed Salah, lesto a sparare a rete sguarnita quasi di controbalzo, a pochi metri dal centro di centrocampo. Per i Citizens andranno invece a segno Leroy Sané, Bernardo Silva e Ilkay Gundoğan. Ecco, in piena dialettica hegeliana, alla tesi del gioco del Manchester City si è opposta l’antitesi del meccanismo azionato dal Liverpool. Una semplificazione che conduce verso la prossima tappa del duello. La doppia sfida dei quarti di Champions League, dove le due compagini saranno chiamate a fornire una sintesi. A superarsi, e a superare quanto di valido hanno realizzato nella battaglia sportiva precedente.

Giuseppe Malaspina