Il costruttore di gioco di una squadra in costruzione

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Nel giorno del derby della Madonnina, la notizia è la scomparsa dell’ex rossonero Raymond Wilkins. A soli sessantuno anni, l’uomo che ha vestito ottantaquattro volte la maglia della Nazionale inglese, delle quali dieci con la fascia di capitano, si è spento al St George’s Hospital di Tooting, dopo un ricovero in seguito a un attacco cardiaco. Appesi al chiodo gli scarpini da calciatore, Ray si era ritagliato una carriera da allenatore, principalmente nelle fila dei blues del Chelsea, compagine dove ebbe modo di esordire da giocatore. Eppure, il ricordo italiano che lo lega al calcio giocato è un tuffo all’indietro, nel cuore degli anni Ottanta. Tre annate e settantatré presenze nel Milan, dalla stagione 1984/85 a quella 1986/87. Sono anni che i tifosi del Diavolo vogliono trascorrere, gettandosi alle spalle l’esperienza della serie cadetta. In quel contesto, il centrale inglese si pone nello scacchiere milanista in mezzo alla linea di centrocampo. Con lui in cabina di regia, più l’apporto dei suoi compagni, il Milan raggiunge un quinto e un settimo posto. In ultimo, ancora una quinta posizione. Un costruttore di gioco per una squadra in progressiva costruzione. Un passaggio che condurrà dalla presidenza Farina a quella Berlusconi, e ai primi colpi di mercato che faranno da piattaforma all’innovativo sistema di gioco del futuro arrivo di Arrigo Sacchi. Quando Wilkins gioca con la sua casacca numero 8, però, sono gli anni del ‘Barone’ Niels Liedholm in panchina, non a caso rappresentato nella sua flemma ed eleganza dal film cult ‘L’allenatore nel pallone’, con un Lino Banfi-Oronzo Canà che tenta di emularne le gesta sportive. Sono gli anni della divisa a strisce verticali strette rossonere. Sono gli anni del capitano Franco Baresi, del vice Sergio Battistini, dell’ala destra Vinicio Verza e del micidiale rigorista Agostino Di Bartolomei, che seguì Liedholm nell’avventura milanese, dopo avere indossato a lungo la casacca giallorossa. Aggregato in prima squadra è un giovanissimo Paolo Maldini, che avrà modo di debuttare nel gennaio del 1985, all’età di sedici anni. E poi Giuliano Terraneo in porta, Mauro Tassotti e Filippo Galli in difesa, Chicco Evani sulla fascia sinistra, il bomber inglese Mark Hateley insieme a Pietro Paolo Virdis in attacco. Rispolverare quella formazione è un modo per giocare con le figurine di un tempo perduto, alle prese con un altro tempo che incomberà di lì a poco. Una terra di confine fra modulo a uomo e modulo a zona, dove le caratteristiche atletiche e tecniche dei calciatori del campionato italiano cominciano a misurarsi con dinamiche più proprie della dimensione della tattica. Non è ancora la squadra tinta di orange, con l’innesto decisivo di Ruud Gullit, Marco Van Basten e Frank Rijkaard. Tuttavia, del primo derby vissuto da Wilkins vi è cospicua traccia negli almanacchi anche online, fra siti amarcord del decennio targato 80 e video d’epoca pescati da trasmissioni Rai. Una stracittadina che evoca comunque fascino e attrazione, anche a rivederla a distanza di oltre tre decadi. Nel tabellino della gara dell’ottobre del 1984, fra gli avversari dei rossoneri c’è spazio per atleti come Walter Zenga, Giuseppe Baresi, l’altro ‘Barone’ Franco Causio, Karl-Heinz Rumenigge e Spillo Altobelli. Per la cronaca, finirà 2 a 1 per il Milan. Alla rete di Altobelli, risponderanno Di Bartolomei e Hateley. Al gol del pareggio parteciperà anche Wilkins. Da un suo lancio, sponda di Virdis e colpo vincente di Ago. Un’azione che non può prescindere dalla sua costruzione.

Giuseppe Malaspina