Il pomeriggio è ancora azzurro

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Sei vittorie su sei. La matematica risponde al profilo di rischio insito nella statistica, mentre la pratica restituisce a chi guarda gli elementi per costruire la bellezza. Sotto di un gol, pareggio e vittoria finale. L’Italia femminile vince e convince nella sfida con il Belgio. Il ‘Paolo Mazza’ di Ferrara è la cornice dove è dipinta l’ultima impresa di un cammino che porta verso la qualificazione ai Mondiali del 2019. Certo, le rivali belghe hanno ancora una partita da giocare e potrebbero accorciare i punti di distanza nella classifica del girone. Ma il gioco espresso e l’entusiasmo trasmesso nello stadio ferrarese, lasciano sperare che il percorso prosegua spedito verso la fase finale in Francia. Non ho visto il match dal vivo, ma attraverso le immagini degli episodi diffuse, a gara terminata. Mentre le giocatrici disputavano l’incontro, con un vecchio amico abbiamo discusso di quanto sia difficile fra le nuove generazioni imparare la cultura della sconfitta. L’ossessione di primeggiare in ogni singola competizione fa inevitabilmente i conti con il rovescio della medaglia, con la complessità di gestire un insuccesso senza provare a raggiungere una visione d’insieme delle cose. Ed è proprio dagli spezzoni della partita fra le due Nazionali femminili, che invece si ricava l’impressione della maturità delle calciatrici azzurre. Una sfida in novanta minuti alla stregua di un romanzo di formazione che si comprime, per poi dilatarsi. Un romanzo dove isolare i tre nuclei narrativi, e provare ad analizzarne le pagine. C’è il tiro della numero 10 Cristiana Girelli che accarezza il palo e finisce fuori, per avvalorare quella regola non scritta secondo la quale a un gol mancato faccia seguito un gol subito. E da una trattenuta nell’area italiana, scaturisce il rigore realizzato dall’attaccante Janice Cayman, abile a spiazzare Laura Giuliano. Una rete che arriva dopo oltre mezz’ora di gioco, vissute con intensità dalla squadra allenata da Milena Bertolini. Ecco, subire un passivo dopo una prestazione senza demerito è un segmento equivalente a una micro-sconfitta. Ma la reazione corale della formazione in svantaggio è talmente veemente da condurre il binario della partita all’interno di una nuova sequenza. L’azione che culmina con il gol del pareggio disegna i lati di un triangolo in movimento. La palla vola rasoterra dai piedi di Daniela Sabatino nei pressi del cerchio di centrocampo a quelli di Alia Guagni sulla fascia destra. Assist nel cuore dell’area belga verso l’accorrente Martina Rosucci, e la ripartenza rabbiosa e razionale insieme, sancisce la rete dell’1 a 1. Una dinamica che, letta in superficie, balza agli occhi per la rapidità d’esecuzione. Ma dietro un attento lavoro di studio, racconta quanto i meccanismi del collettivo abbiamo calibrato senso della posizione, impeto e precisione. La terza partita nella partita è un inseguimento a superare se stesse, fino a quando il traguardo è conquistato. Il gol del 2 a 1 è una perla prodotta nella ripresa. A dare il prezioso contributo è Barbara Bonansea, autrice del fallo che provoca il penalty nel primo tempo. Da un suo suggerimento nell’area avversaria c’è il prodromo del gol azzurro. Una prodezza firmata Girelli, che si gusta di più scomponendone i momenti. C’è lo stop al volo del pallone con le spalle alla porta, nonostante la presenza ravvicinata della sua marcatrice. C’è il giro compiuto di un semicerchio che sospende per un attimo il tempo. E poi c’è il graffio finale, l’energia potenziale che diventa energia cinetica e sprigiona un tiro che è un colpo di biliardo letale. L’esultanza è un respiro dopo l’apnea della conclusione. Nella cronaca trova spazio anche una bordata di Manuela Giugliano, che centra il palo della porta belga. L’Italia esce vincitrice per la sua visione d’insieme, per avere gestito lo svantaggio, per la sua reazione corale. Agli occhi degli spettatori non c’è un unico nome da ricordare, ma la migliore risposta all’individualismo più esasperato. C’è una squadra. Con addosso la maglia azzurra.

Giuseppe Malaspina