Analisi dei discorsi d’addio ai tifosi di un capitano

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C’è chi affida le parole del saluto alle colonne di un giornale, chi opta per la lettura in pubblico in nome di un’ultima condivisione dal vivo, chi si limita (per adesso) a un messaggio alla tifoseria attraverso una conferenza stampa. Liverpool, Roma e Barcellona non rappresentano soltanto alcuni incroci dell’avvincente percorso dell’attuale Champions League. Sono anche le squadre che, da tre anni a questa parte, hanno fatto i conti con l’addio di un capitano. In un universo come quello sportivo, caratterizzato da simbolismi, il rapporto fra chi è il primo riferimento dei colori di un club sul campo, colui che indossa la fascia al braccio, e coloro che in quei colori si riconoscono, dall’esterno della contesa in senso stretto, è anche il rapporto fra due dimensioni temporali. Da una parte c’è il capitano, chiamato a vivere il tempo in un presente vivo e necessariamente contingente, nutrendosi di un’energia che lo carica per la prossima partita, ma al contempo gli ricorda che ogni nuova sfida è un momento che lo avvicina progressivamente alla conclusione della sua esperienza da calciatore in quella compagine. Dall’altra parte c’è una comunità, destinata invece ad assecondare un tempo lineare, che travalica la contingenza di un singolo periodo, e che sacrifica l’ineliminabile rischio di lasciarsi catturare dalle accidentalità, su un altare granitico e duraturo, sul quale campeggia una scritta invisibile, che recita «ci rivediamo alla prossima stagione». Ecco, per il capitano che lascia, non esistono nuove stagioni da vivere sul rettangolo di gioco. Perché la sua nuova dimensione temporale converge con quella dei suoi tifosi, separandosi da quella dei suoi compagni di squadra. E per sancire il momento del passaggio, del salto complicato ma obbligatorio nel nuovo concetto di affrontare il tempo, dunque, a quale grammatica fare ricorso? Nel maggio del 2015 è toccato a Steven Gerrard rispondere a questo interrogativo. La sua scelta di salutare i supporter suoi e del suo Liverpool è andata sulla scrittura di una lettera, a loro dedicata. A ospitarne il testo, le pagine del quotidiano Liverpool Echo. «Il Liverpool è stato un punto di riferimento nella mia vita fin da quando avevo otto anni e so che mi mancherà tantissimo», scrive a tutti i suoi tifosi, ammettendo che «dire addio non è stato facile». Segue un richiamo alle contingenze, agli ultimi due match contro il Crystal Palace in casa, e contro lo Stock City in trasferta, «momenti molto emozionanti, sia per me che per la mia famiglia». Il periodare della lettera, quindi, compie un tuffo all’indietro, fino agli anni dell’infanzia del capitano dei Reds. «Quando ero bambino e giocavo dalle parti di Ironside Road, a Huyton, l’unica cosa che sognavo di fare era giocare per il Liverpool. Sognavo di indossare quella maglia almeno una volta nella vita. Non pensavo di realizzare quel sogno e ora, guardandomi indietro, sapere di esserci riuscito 710 volte lungo diciassette anni, mi rende immensamente orgoglioso». Ci sono parole che ritornano spesso, come «bambino», «maglia» e «sogno», e che sembrano rimandare a una fase della vita in cui il tempo si dilata nelle curve dell’immaginazione. Una logica di rimandi che non sfugge neppure all’addio di Francesco Totti alla Roma. È ancora di maggio che si consuma il saluto alla tifoseria, in uno stadio Olimpico gremito di supporter e riflettori, che diventa palcoscenico della lettura della lettera del capitano. «Mi sono chiesto in questi mesi – recita un passaggio – perché mi stia svegliando da questo sogno. Avete presente quando siete bambini e state sognando qualcosa di bello… E vostra madre vi sveglia per andare a scuola mentre voi volete continuare a dormire… E provate a riprendere il filo di quella storia, ma non ci si riesce mai… Stavolta non era un sogno, ma la realtà». Un filo che prosegue con un cenno al futuro, quando aggiunge «Mi piace pensare che la mia carriera diventi per voi una favola da raccontare. Ora è finita veramente. Mi levo la maglia per l’ultima volta. La piego per bene anche se non sono pronto a dire basta e forse non lo sarò mai». Un’altra volta, il vocabolo «maglia» è un collante fra il mondo del capitano e quello dei tifosi. L’appartenenza ai colori di un club che non vuole smarrire le sue ambizioni, è il leitmotiv che accompagna le parole di addio al Barcellona, pronunciate da Andrés Iniesta, in conferenza stampa. «So cosa vuol dire essere giocatore di questa squadra – spiega in lacrime il talentuoso centrocampista blaugrana – dopo averci trascorso ventidue anni, so cosa significa giocare qui anno dopo anno, esserne il capitano e le responsabilità che ne derivano. Per questo, devo essere onesto con me stesso e con il club che mi ha dato tutto: non potrò dare il meglio di me, né a livello fisico né a livello mentale». Una valutazione che fa perno sull’integrità fisica e sull’apporto qualitativo alla squadra. «Spero di aver rappresentato il club nel miglior modo possibile – continua Iniesta – e di esser ricordato qui come un gran giocatore e una bella persona».

Giuseppe Malaspina