Il bene effimero della bellezza di quelle che sembrano imprese incompiute

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Il rapporto fra qualità della singola prestazione sportiva e risultato conseguito è destinato a non essere particolarmente lineare. Non sempre, infatti, i numeri che sanciscono la conclusione di una sfida rappresentano fedelmente il gioco espresso dalle squadre in gara. Se poi il punto di osservazione viene dilatato fino a comprendere l’intero percorso di una compagine nell’ambito di una competizione, e i punti assegnati finiscono per non rispecchiare i valori in campo, allora quel rapporto continua a essere più tormentato. Comunque, a prescindere dai fattori accidentali che hanno condizionato il gap, è interessante soffermarsi su quello che resta agli occhi degli spettatori. Se a prevalere è un senso di frustrazione per la mancata conquista, o paradossalmente viene fuori un insolito appagamento per l’atmosfera di effimera bellezza raggiunta. Chissà se pensava a un clima così, il centrocampista romanista Daniele De Rossi, al termine della vittoria contro il Liverpool, nel ritorno della semifinale di Champions League. Un successo figlio di un approccio combattivo, non esente però da sbavature determinanti, che pur consegnando al tabellino il risultato di 4 reti a 2, non impedirà ai Reds, forti del 5 a 2 dell’andata, di staccare il biglietto per la finale di Kiev. Ebbene, intervistato nel dopo-partita, il capitano giallorosso ha richiamato proprio quella particolare atmosfera, evocata da una vittoria pregevole da un punto di vista dell’estetica di gioco, ma superflua ai fini del risultato aritmetico. Il rimando è andato verso «quelle partite che, anche se non hanno portato a un trofeo, rimangono nel cuore». Un cenno, quindi, a Roma-Broendby e soprattutto a Roma-Slavia Praga. Un tuffo nel cuore degli anni Novanta, a una sera di marzo. Quando, nel turno di ritorno dei quarti di finale della Coppa Uefa stagione 1995/96, i romanisti sono chiamati a ribaltare un passivo di due reti subite in terra ceca. L’assalto corale contro gli avversari ha il volto di un modulo all’epoca spregiudicato. L’argentino Abel Balbo come centravanti, Daniel Fonseca partner d’attacco, Francesco Moriero largo sulla fascia destra, e Francesco Totti a rifinire. Sospinti dall’energia esercitata da chi ci crede, la percussione della squadra è un crescendo d’intensità. Moriero apre le marcature, nel secondo tempo, con un missile da fuori area. A pochi minuti dalla fine, Giuseppe Giannini spizza di testa in rete, da una punizione battuta da Amedeo Carboni. Nei supplementari, ancora Moriero, su lancio millimetrico di Totti, perfora la rete rivale. Sembra fatta, ma negli scampoli finali dell’ultimo parziale, un diagonale insidioso di Jiří Vávra passa fra le gambe del difensore Marco Lanna, mentre il compagno di reparto Aldair scivola, e s’insacca alle spalle di Giovanni Cervone. Una partita inchiodata nella memoria dei tifosi, che curiosamente è ricordata più per la bellezza della prova espressa che per la delusione per la mancata qualificazione. In quella formazione figurava appunto Marco Lanna, sceso in campo fra le fila della Sampdoria nella finale di Coppa dei campioni del 1992, contro il Barcellona. Un cammino esaltante, per i blucerchiati allenati da Vujadin Boškov, che riescono a eliminare Rosenborg, Honvéd, Stella Rossa Belgrado, Anderlecht e Panathīnaïkos. Il loro sogno, tuttavia s’infrange ai tempi supplementari di una partita combattuta, ma persa dopo una punizione molto discussa, e realizzata con un bolide di Ronald Koeman. Ancora, il bene effimero dell’estetica, stavolta coltivata lungo un avvincente percorso, che fa i conti con il male reale della contingenza. Un tatuaggio invisibile che si salda dentro a chi è riuscito a vivere quei momenti, con gli occhi che guardano oltre. E leggono bellezza dove gli altri si fermano all’incompiutezza.

Giuseppe Malaspina