Cosa mi ha trasmesso questo campionato appena concluso

Ho giocato la mia migliore partita di pallone quando ero adolescente. Una bolla sospesa di ricordi la colloca all’inizio degli anni Novanta. Subivamo un’incursione della squadra avversaria, ma riuscivamo a disinnescare l’insidia, deviando uno dei loro tiri in calcio d’angolo. Io mi ero piazzato sulla linea di porta, e la mia mano stringeva docile il palo. Dallo spiovente che sorvolerà l’area fino alla fine dell’azione, sarà un cortometraggio interiore dai contorni sfocati. Vedo la parabola che disegna un arco, s’impenna e scende per incontrare la testa di un attaccante rivale. L’impatto è perfetto e la traiettoria così potente e angolata che mi sembra quasi di vedere colui che ha colpito di testa esultare in anticipo. Io spingo sul piede d’appoggio e salto più in alto che posso. Sento il suono sordo che la sfera provoca quando tocca la parte più alta della mia fronte, poi la vedo rimpicciolirsi e rotolare indietro. Neanche il tempo di rendersi conto del pericolo scongiurato, che diventiamo i protagonisti di un capovolgimento di fronte. Mi rialzo repentino, e dalla pacca sulla spalla che mi rivolge il portiere fino al cerchio di centrocampo sono solo una manciata di secondi. I miei compagni avanzano sulla fascia compiendo rapide e precise triangolazioni. Un’energia crescente mi sospinge in avanti, in prossimità dell’area di rigore. Mi arriva il pallone, finto il tiro e lo cedo a un compagno che accorre a destra. Dai suoi piedi ecco il cross, sporcato da un difensore. Ma io sono ancora lì, mi avvento mentre arrivano in due a contrastarmi. Con il piatto destro del piede gli vado incontro e lo afferro, stoppandolo al volo. Sono sbilanciato, compio un giro a 360 gradi in caduta, e riesco lo stesso a colpirlo d’interno collo. La traiettoria è morbida e maliziosa. Un pallonetto che scavalca gli avversari, beffa il portiere e s’infila nel sette, alla sua destra. Mentre sono disteso a terra, la mia prospettiva inquadra la scena a rovescio. E, in assenza di riprese, si stampa nella mia memoria come un gesto irripetibile. Il resto sono gli abbracci degli amici, i complimenti e il finale di una partita che non contava nulla da un punto divista ufficiale. Uno degli innumerevoli tornei primaverili che organizzavamo in un campo di calcetto nel quartiere, come tempo da consacrare allo svago. Eppure, quel momento corale culminato con quel gesto individuale, scaturito da un mio salvataggio sulla linea, si sarebbe incorniciato fra i miei ricordi come un’impresa ai limiti del mitologico. Frammenti di uno sport vissuto a livello personale come un gioco, scandito da prestazioni non particolarmente esaltanti, ma in grado di accompagnare me e i ragazzi di quella che allora era la mia comitiva verso l’età di giovani adulti. Poi, dalla pratica assidua e irregolare, il calcio vissuto in strade e campi di periferia avrebbe lasciato il posto a quello scrutato dai gradoni di uno stadio. E infine a quello osservato dalla finestra di un televisore. Un’atmosfera che pensavo si sarebbe attenuata con il tempo. Ho amato la forza del gruppo della mia Reggina, la visione d’insieme di un allenatore come Vujadin Boškov, e la capacità di Diego Armando Maradona di far dialogare genialità dell’individuo e narrazione collettiva. Poi è arrivata l’onda lunga del business che ha travolto il gioco più bello, rendendo il calcio qualcosa di diverso. Ma non mi sono mai arreso all’idea che quella piccola Atlantide sommersa riuscisse ancora a brillare ed emozionarmi. Ne ho avuto conferma quest’anno, seguendo una stagione calcistica gratificante sia nella parte alta, che in quella bassa della classifica. Il gioco del Napoli di Maurizio Sarri mi ha fatto riconciliare con quell’idea di bellezza che solo il Pibe de oro era stato in grado di farmi apprezzare. Quel rapporto di osmosi fra singolo e collettivo, che il genio vulnerabile di Diego ha coltivato dentro il campo per tutta la sua carriera, l’ho vissuto con un sapore diverso, semplicemente ampliando il punto di osservazione. Soffermandomi, appena fuori dal rettangolo di gioco, sul lavoro di un uomo in tuta con il suo taccuino. Un uomo dall’accento toscano e dalle radici campane, con un approccio tanto scientifico alle partite, forse figlio della sua provenienza professionale precedente, quanto umanistico verso la comunicazione, magari legato alla letteratura di Charles Bukowski e John Fante, dei quali è lettore. Da lì, la valorizzazione di un modello di squadra che attraversa i modelli dell’Olanda degli anni Settanta, e della filosofia rivoluzionaria di Arrigo Sacchi della metà degli anni Ottanta, per procedere spedito verso una rielaborazione contemporanea. Rendere tutti i titolari partecipi di una manovra offensiva e organizzata, restituendo in chi guarda una spettacolare estetica di gioco. Ma se le emozioni sono più tangibili al vertice, è altrettanto vero che anche chi lotta per non retrocedere si è distinto per impegno, abnegazione e resistenza. In questo senso, a rendere ai miei occhi avvincente la lotta per la salvezza, è stata la Spal di Leonardo Semplici. Dopo due promozioni consecutive, la compagine biancazzurra si è cimentata con club di blasone in una massima serie che non frequentava da quasi mezzo secolo. E dove non è arrivata a conquistare punti per differenza tecnica o mancanza di esperienza, ha progressivamente offerto l’impressione che ce l’avrebbe fatta tirando fuori il potenziale sommerso di coloro che credono in un progetto. Valga come esempio su tutte, la partita disputata in casa contro la Juventus. Una prova di compattezza, che è stata la cartina di tornasole di un campionato intenso e sofferto, e che ha raggiunto la sua completezza con la vittoria finale al Paolo Mazza, ai danni della Sampdoria. Un cenno va al Crotone, che dopo lo strepitoso finale della stagione precedente, e le dimissioni di mister Davide Nicola, non è riuscito stavolta a bissare l’impresa. Il calcio in provincia continua ad accendere entusiasmi, e a provocare nei suoi tifosi le delusioni più cocenti. Ma è l’antidoto migliore per lo sconforto di chi si ostina a inseguire un ideale di bellezza che non è certificato dai risultati. Come le opere pittoriche degli artisti di strada, come l’empatia prodotta dalla musica di un talentuoso suonatore sconosciuto in un angolo di città, come la gioia di un ragazzino che realizza una piccola prodezza in un campetto di periferia.

Giuseppe Malaspina