Quando una detentrice del titolo sprofonda sotto i colpi di un’outsider

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Nel suo libro ‘Il desiderio di essere come tutti’, l’autore Francesco Piccolo confessa quella che è stata una piccola ma significativa molla, alla base della sua scelta ideologica. «Il 22 giugno del 1974, al settantottesimo minuto di una partita di calcio – scrive – sono diventato comunista». Il riferimento è al match fra le due Germanie, andato in scena nella prima fase dei Mondiali del 1974. Contrariamente ad ogni pronostico, i più quotati giocatori della Repubblica Federale, che peraltro vinceranno la competizione, finiranno invece per perdere il confronto contro i colleghi della Repubblica Democratica. A siglare il gol che sancirà la capitolazione occidentale, accendendo la passione politica di Piccolo, sarà la mezzala Jürgen Sparwasser. La costruzione dell’azione che ha determinato il vantaggio, come la concretizzazione del concetto che, se ci si crede fino in fondo, ogni progetto è davvero possibile. Il tema di una piccola, sulla carta, che sovverte le previsioni ai danni di una squadra più blasonata, ha da sempre infiammato le fantasie di chi proietta nel calcio un luogo metaforico dove attuare la categoria del riscatto. Al di là degli innumerevoli esempi forniti dalle cronache sportive, la mia stessa personale propensione a tifare non è stata immune da tale meccanismo. E fin da piccolo, spinto da un misterioso impulso ai confini fra il conscio e l’inconscio, ho sempre parteggiato o simpatizzato per squadre battezzate dalla maggioranza come meno attrezzate per vincere. Un principio inevitabilmente destinato a raccogliere pochi successi, dal punto di vista quantitativo. Ma volete mettere il rovescio della medaglia, il misto di gioia e stupore che si consuma davanti a una prestazione che ribalta la banalità dei rapporti di forza predefiniti… Ecco perché, davanti a uno scenario come il campionato del mondo, le partite che mi sono rimaste più impresse sono legate a questa forma di ribaltamento. E se Francia e Germania partono come Nazionali più accreditate alla conquista del titolo, non posso non menzionare due sfide che le hanno viste rovinare clamorosamente. Francia-Senegal è stato il match d’esordio del Mondiale del 2002. Da un lato, la detentrice del titolo mondiale ed europeo, dall’altro i debuttanti, vicecampioni d’Africa. Che, non solo riuscirono ad arginare le incursioni offensive di David Trezeguet e compagni ma, attraverso un’azione scaturita da una palla rubata a centrocampo, misero a segno una rete, ad opera di Papa Bouba Diop, che lanciò il Senegal verso la qualificazione del girone. La sorte non sorrise invece alla compagine transalpina, che chiuse il torneo con un solo punto conquistato e zero gol all’attivo. Eppure, se devo indicare la partita che incarna il capolavoro tangibile del sovvertimento dei ruoli, assolutamente scevro dalla contingenza e figlio dell’organizzazione, il richiamo va senz’altro a Germania-Bulgaria del 1994. Nella cornice variopinta del Mondiale statunitense, i quarti di finale propongono una sfida fra i panzer tedeschi, campioni in carica, e gli outsider bulgari, probabilmente insidiosi per avere eliminato nelle qualificazioni la Francia, ma decisamente poco temibili agli occhi dei loro avversari. Il palo colpito da Krasimir Bălakov lascia intendere che non sarà facile spuntarla, ma il rigore fischiato a favore della Germania, per un contatto in area fra Jürgen Klinsmann e Yordan Letchkov, e realizzato dal capitano Lothar Matthäus, pare rimettere in ordine le gerarchie. L’onda d’urto teutonica sembra orientata a sopraffare definitivamente i rivali, ma l’imponderabile è un elemento che si nutre della sicurezza di chi si sente più forte e dell’abnegazione di chi non si arrende. Così il trequartista Hristo Stoičkov, su punizione, pennella una parabola morbida e micidiale che graffia la porta custodita da Bodo Illgner. La formazione tedesca adesso è un gigante dai piedi d’argilla. La squadra dalla casacca rossa intravede una strettoia e la percorre. La linea della felicità parte dalla fascia destra. Da un veloce fraseggio con i compagni, la palla è sui piedi di Zlatko Yankov. Chissà se la coda del suo occhio sinistro pesca il futuro con tre secondi d’anticipo. Il tempo che ho contato, da quando fa viaggiare la sfera per la testa dell’accorrente Letchkov, misura proprio tre secondi. L’impatto è perfetto, l’energia liberata efficace al punto giusto per scaraventare il pallone alle spalle del portiere. Ho amato quel gol quasi quanto quella Nazionale, così talentuosa nella sostanza quanto sgangherata nella forma. Che se non avesse dovuto fare a meno, per malattia, del suo centravanti Ljuboslav Penev, convocato invece negli europei del 1996, forse sarebbe arrivata più lontano. Il cammino condotto fino a quel quarto posto, fra le incertezze di pubblico e addetti ai lavori, continua a rappresentare la suggestiva metafora di quel senso rivoluzionario di ribaltamento. E rende il calcio lo sport più bello del mondo.

Giuseppe Malaspina