Quella volta che non trovammo l’Italia dentro un girone

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Il disorientamento che una generazione di tifosi della Nazionale sta ancora provando nell’approccio al Mondiale in Russia, in realtà non è qualcosa di così poco familiare. Fra le gioie legate ai risultati o al gioco di singole prestazioni in competizioni internazionali, e le delusioni figlie di sconfitte e uscite di scena, il concetto di mancata qualificazione alla fase finale di un torneo è stato archiviato precisamente da ventisei anni. Correva infatti l’anno 1992, quando i supporter italiani fecero i conti con un Europeo sprovvisto della rosa azzurra. Reduci dal precedente biennio terminato al terzo posto del Mondiale casalingo, gli uomini di Azeglio Vicini non riuscirono a primeggiare nel proprio girone, fallendo pertanto la qualificazione ai campionati europei, che allora si svolsero in Svezia. La partita che rimarrà quasi iconica dell’obiettivo mancato, è probabilmente quella disputata contro l’Urss, il 12 ottobre del 1991, a Mosca. Come inchiodato nella memoria, e consegnato alle telecamere di Rai 1, è l’episodio del palo, centrato nel secondo tempo dall’attaccante Ruggiero Rizzitelli. Uno sconforto corale che, dal tentativo non riuscito di accedere agli Europei svedesi, passerà per la messa in discussione della gestione Vicini, e poi all’approdo a Coverciano del nuovo commissario tecnico Arrigo Sacchi. Associo quell’Europeo all’anno nel quale ha avuto luogo, il 1992. Lo lego a un piccolo dramma sportivo, la sconfitta della Sampdoria contro il Barcellona, nella finale di Coppa dei campioni. A cui fece seguito un dramma di dimensioni ben più rilevanti, la strage di Capaci. Arrivarono dunque le partite senza l’Italia, quindi l’estate e poi un’altra strage di mafia, quella di via D’Amelio. Colloco quell’annata così densa di sangue, in un momento in cui l’adolescenza ti mostra senza filtro la crudezza delle cose. E, in un certo senso, t’invita a pensare che lo svago non è del tutto sganciato dalla riflessione. Avrei voluto tifare per la Jugoslavia in quell’occasione. Una squadra poco avvezza ai grandi palcoscenici, ma formidabile e piena zeppa di calciatori talentuosi, da Dragan Stojković a Robert Prosinečki, da Dejan Savičevič a Davor Šuker. Era altissima la probabilità che quella formazione l’avrebbe spuntata sulle rivali. Eppure, la Jugoslavia non giocò gli Europei a causa della guerra nei Balcani, che avrebbe provocato la dissoluzione del suo territorio. Al suo posto, venne richiamata in fretta e furia la Danimarca che, da cenerentola della manifestazione, finirà sorprendentemente per arrivare prima. Un gruppo splendido e generoso di eroi come Peter Schmeichel, John Jensen, Kim Vilfort, che dopo ogni match rientrava in patria per assistere la figlia malata. Nel frattempo, l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche non partecipò al torneo con tale nome, ma come Comunità degli Stati indipendenti, in seguito alle vicende relative al suo processo di disgregazione. Il mondo stava cambiando traumaticamente, e l’impeto con cui gli eventi accadevano finiva per manifestare i suoi segnali in un terreno abituato al disimpegno. Quello verde dei campi da calcio. La leggerezza del testo di ‘Un’estate italiana’ di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato sembrava un ricordo distante, mentre le cronache dei telegiornali allontanavano con forza le suggestioni di notti magiche. Quell’anno così fitto di eventi drammatici ovviamente sarebbe trascorso. Quelli successivi avrebbero contribuito ad archiviarlo con la naturale capacità delle persone di lasciarsi le cose alle spalle. Condividendo nuove gioie e delusioni, l’Italia del calcio avrebbe continuato il suo ruolo di aggregatrice di piccole comunità, stavolta non fallendo mai una qualificazione a un torneo internazionale. I teleschermi si sarebbero assottigliati sempre di più con il passare del tempo e l’evoluzione della tecnologia, di Mondiale in Europeo. I discorsi avrebbero ripreso a zigzagare fra argomenti più o meno seri, perché in fondo una partita seguita con gli amici è anche un pretesto per sviscerare piccoli e grandi desideri. ‘Per forza o per amore, sempre fra le grandi’. Recitava più o meno così, lo slogan su una rivista sportiva che accompagnava il poster dei convocati azzurri a una delle precedenti qualificazioni a una rassegna calcistica internazionale. E ‘sempre’ è forse l’avverbio di tempo più tradito da chi lo pronuncia. Magari in buona fede. Ecco, il risultato calcistico anche stavolta non è stato raggiunto. E l’attuale campionato del mondo è un affare che non tocca le nostre radici. Ci sono altre rose a contendersi la coppa. C’è ancora la Danimarca, i cui pali stavolta sono difesi da Kasper Schmeichel, figlio di Peter, in un’emozionante staffetta generazionale. Per l’Italia che rimane ferma a guardare è una sosta forzata. Un momento di attesa che però ci ricorda l’importanza della riflessione, nella ricostruzione di un progetto fallito. Nello sport, come nella politica e nella vita.

Giuseppe Malaspina