Come l’hi-tech potrebbe cambiare l’approccio al calcio

Immagine da Youtube

Con incedere lento agli inizi e progressivo negli sviluppi, l’alta tecnologia sta modificando spazi sempre più consistenti delle nostre abitudini. Ma se la quotidianità è un universo tendenzialmente generico, che assume forme diverse in funzione del rapporto con il singolo interessato, chissà quale futuro riserva a un settore specifico come lo sport del calcio. Basti pensare all’evoluzione degli strumenti impiegati per integrare l’operato arbitrale nelle partite, che ogni richiamo a discussioni circa il ricorso alla moviola in campo finisce per essere spedito in un luogo inesorabilmente remoto dell’immaginario. Eppure, una delle suggestioni legate al pallone è proprio la capacità di legare materia e immaginazione. Il primo elemento, rappresentato in maniera concreta da persone che s’impegnano per realizzare prestazioni tangibili, fa da volano al secondo. Quell’inesauribile serbatoio immaginifico in grado di attivare la fantasia a osservatori, tifosi e giornalisti, oltre che naturalmente agli addetti ai lavori. Ecco, se in mezzo alle due componenti di questa alchimia si frapponesse con forza dirompente la tecnologia più avanzata, in che misura l’approccio al calcio ne sarebbe condizionato? Me lo chiedo, fra il serio e il faceto, osservando le novità connesse al lavoro dietro le quinte che anticipa la partita, per intenderci alla fase degli allenamenti. Dai droni che riprendono dall’alto le posizioni dei giocatori dei vari reparti, ai metodi legati alla match analysis sulle performance collettive e individuali di avversari e compagni, fino all’utilizzo del gps per monitorare nella lunga distanza la velocità di spostamento degli atleti, è inevitabile che la preparazione sia destinata a esplorare terreni sempre più moderni. E, per quanto gli scenari ipotizzabili in un domani non catapultino verso mondi distopici legati a film o serie di fantascienza, è innegabile che i nostalgici avvertano una sorta di senso di disorientamento. Tuttavia, giocare con la probabilità che le atmosfere generate dall’hi-tech siano realistiche, è un esercizio semplice che, per certi versi, assomiglia a un palleggio. E allora eccomi proiettato a cavallo fra il vecchio e il nuovo millennio, fra il 1999 e il 2000, ad assistere agli allenamenti della mia Reggina, che in quella stagione debuttava nella massima serie. Il campo di Sant’Agata era un ritrovo per me e i miei amici, soprattutto per saggiare il talento di Andrea Pirlo e Roberto Baronio, alle prese con i calci di punizione. Il biondo centrocampista di Manerbio optava spesso per la botta di precisione, potente e angolata. Il futuro campione del mondo amava invece aggirare la barriera. Traiettorie morbide e girevoli che concludevano il loro volo, insaccandosi in fondo alla rete. Nell’estetica della giocata, quasi felliniana, un particolare che dava risalto al gesto era l’artificialità del muro davanti alla porta. Un insieme omogeneo di sagome, con punte probabilmente metalliche per il provvisorio fissaggio, che stavano lì a farsi sorvolare dalle parabole di Andrea e Roberto. Ecco, se a breve quella struttura venisse rimpiazzata con un ologramma, magari capace di riprodurre fedelmente le dimensioni corporee dei giocatori della squadra rivale, di turno in turno, come cambierebbe quel tipo di addestramento? I fantasisti del futuro potrebbero indossare un casco virtuale e calciare addirittura senza palla, in qualunque tipo di ambiente. Magari perfino nella stanza d’albergo, fino allo sfinimento, nella vigilia di una partita importante. Un altro affascinante momento degli allenamenti, sia per i portieri che per gli altri giocatori, è legato ai tiri dal dischetto. Dalla canzone di Francesco De Gregori, ‘La leva calcistica della classe ‘68’, il rigore sintetizza poeticamente un aspetto manicheo del calcio. Che oscilla misteriosamente fra successo e fallimento. Un computer adattato alle esigenze dell’estremo difensore potrebbe, per esempio, ridurre al minimo questo alone di mistero. Immagazzinando e restituendo in tempo fulmineo tutti i dati precedenti sulle capacità balistiche degli avversari e sul calcolo probabilistico delle direzioni dei loro tiri, poco prima del match il portiere potrebbe disporre di un’arma affidabile in più per neutralizzare il pericolo. Medesima situazione potrebbe verificarsi a parti invertite, con i tiratori resi edotti in partenza dei movimenti più frequenti dell’estremo difensore lungo la linea bianca. Dall’angolo maggiormente battezzato come preferito, ai tempi di attesa più o meno ridotti prima di spingere sul piede d’appoggio e tuffarsi. Proseguendo su questa scia, anche i piazzamenti dei giocatori rivali durante un calcio da fermo diventerebbero oggetto di un monitoraggio scrupoloso, effettuato da un software. Che, ipotizzando gli sviluppi delle azioni con esattezza rigorosa, andrebbe a sostituire anche gli schemi dettati dal mister. Addio lavagnetta dove indicare le posizioni in campo, resa iconica dal personaggio dell’allenatore Oronzo Canà. Se compio un viaggio all’indietro nel tempo, uno dei primi traguardi della tecnologia che la mia adolescenza ricorda, era la capacità di misurare in tempo reale, la velocità dei calci di punizione appena battuti. Era una sfida televisiva in chilometri orari fra il brasiliano Branco, l’olandese Ronald Koeman, il serbo Siniša Mihajlović, e l’altro brasiliano Roberto Carlos. Ognuno superato da un nuovo tiratore, ma in grado di infiammare l’entusiasmo dei propri piccoli sostenitori, pronti a tentare di ripeterne i colpi nella ruvida bellezza dei campetti di periferia. Dove a governare è ancora la seduzione dell’elemento materiale, e perfino colui che è meno provvisto dei mezzi fisici può provare a emergere nella contesa. L’attuale tendenza, nella massima serie, di forgiare atleti rapidi e potenti da schierare in campo, dunque, rischia di sottrarre dalla tavola l’ingrediente stuzzicante del talento. E di consegnare un modello dove il momento della partita si traduce in una sorta di dualismo fra gli stessi binomi potenza-velocità. Alla stregua di quei videogiochi realizzati alla fine degli anni Novanta, dove la grafica è inevitabilmente asciugata all’osso e lo svolgimento asseconda una linearità veloce ma incanalata lungo binari tracciati. E se un videogame come Kick Off rappresenta uno dei pionieri fra i divertimenti degli appassionati dell’epoca, il ritorno fisico a un gioco basato più sul ‘quanto’ che sul ‘come’ trasformerebbe i giocatori in mere unità di produzione calcistica, e priverebbe coloro che amano il pallone di quella creatività che invece nutre l’immaginario sportivo. Quel secondo e indispensabile elemento che offre a chiunque la possibilità di sognare, anche e soprattutto in mancanza di tecnologia.

Giuseppe Malaspina