Quando le maglie delle squadre scandiscono il tempo che passa

Dall’amore all’amicizia, dalla politica alla religione. Quello della fedeltà è un concetto che può trovare collocazione in ciascuno dei campi menzionati. Si può essere fedeli a una persona, a un’idea, perfino al proprio inconscio. Ma chissà quale intimo meccanismo scatta, quando si sceglie di essere fedeli a una maglia. ‘Solo per la maglia’ è uno slogan che nel calcio si è sentito più volte, specialmente quando quel lembo di stoffa sta a rappresentare un club, alle prese con seri problemi societari. I bilanci sono probabilmente l’elemento meno attrattivo rispetto alla visceralità del tifoso e costui, una volta che realizza che non esiste più un’ultima spiaggia davanti al fallimento della società, tende ad aggrapparsi a quel paracadute fisico, a quella casacca tatuati di quei colori che lo hanno emozionato in passato. E le giura eterna fedeltà. Ci sono tifosi che non possono fare a meno di conservare la maglia, o le maglie che nel corso del tempo hanno accompagnato la parabola della propria squadra. E altri che invece preferiscono indossarla virtualmente, come un mantello invisibile e protettivo. E poco importa che gli altri non se ne accorgeranno. Evidentemente la ricostruzione della propria fedeltà è un cantiere interiore, e rifugge dalla contingenza delle apparenze. Certamente, non esiste soltanto la crisi finanziaria della società di riferimento, a rischiare di mettere in discussione la propria fede calcistica. Ci sono altri momenti nei quali scatta un bisogno, o un semplice desiderio, di indossare la maglia. Il pretesto lo fornisce, per esempio, la presentazione ufficiale delle nuove divise di gioco, che cade nel cuore della stagione estiva, a cavallo fra il campionato finito e quello nuovo, in procinto d’incominciare. In tale occasione, l’attesa si carica di aspettative crescenti e, se il design finale non le soddisfa, a prevalere è un senso di delusione. Paradossalmente, quando la nuova maglia appare snaturata rispetto alla storia del club, il nostalgico si rifugia in quella passata, magari procurandosela se ne è sprovvisto, alla stregua di un’armatura che preservi il rapporto con le proprie radici. Ecco allora infinite divagazioni sulla forma della casacca, il colletto che la rende più elegante, il girocollo che sprigiona maggiore agonismo. E poi le righe verticali, con quelle strette emanano un’aura retrò, mentre quelle larghe sembrano sintonizzate su una più adatta modernità. Gli sponsor che rosicchiano spazio, le scritte che sormontano i numeri, che a loro volta rimandano al ruolo del giocatore, purché non tendano verso più infinito. E poi i simboli, seppure sfumati sullo sfondo, che per molti devono individuare un legame coerente con la città d’appartenenza del club. Quante dispute fra puristi e modernisti. Ma ci sono le maglie che sprigionano un fascino trasversale. Come quella granata del Grande Torino, che scolpisce il suo mito e il suo dramma nella memoria di chiunque ami il calcio. Come quella azul y oro del Boca Juniors, indossata e sudata da Maradona, Batistuta, Riquelme e Palermo. Come quella blucerchiata della Samp, con il mister Boškov sullo sfondo. E, oltre i club che virano verso una passione esclusiva, c’è quella della Nazionale che sembra accogliere le differenze in un abbraccio inclusivo. La più seducente fra quelle azzurre, forse l’Italia del 1970. Testimone della partita del secolo, catapultata perfino in un film. Anch’io, nel mio piccolo, ho assistito con occhi rapiti dal tifo all’evoluzione delle maglie di una squadra. L’amaranto della mia Reggina ha colorato quegli involucri di stoffa, nel corso del tempo. Quel colore omogeneo, che ha accompagnato la compagine nella fine degli anni Ottanta. Una promozione conquistata fra i cadetti, e una sfiorata nella stagione successiva in serie A, con una formazione scandita dall’incipit Rosin-Bagnato-Attrice. E poi il salto temporale al 1998 dove il risultato finalmente sopraggiunge sul campo. Arriva la serie A, e cromaticamente irrompe anche un tocco di nero sull’amaranto della divisa di gioco. Dettagli minimi, che cadenzano le tappe di un viaggio sportivo, che l’attualità colloca oggi in Lega Pro. Anno della ricostruzione è il 2016, una data che appare come contraltare al concetto di nostalgia. La ciclicità delle cose però sembra suggerire che ogni percorso lineare, finisca per essere circolare. Come le stagioni. Che sembrano esaurirsi, e invece ritornano per rinnovare un legame. Per alcuni si chiama fede, per altri attrazione, ma accompagna segmenti di un percorso. Come forse un vestito addosso, o semplicemente come una maglia.

Giuseppe Malaspina