Quel derby ipotetico a oltre duecentosessanta chilometri dalla Mole

Dal cuore della provincia, misurare la distanza fra sogno e realtà è un’operazione tutt’altro che istintiva. Sarà perché l’ambizione che matura in periferia è mossa da una forza così potente, pari a una specie di spinta d’Archimede, eppure i passi che conducono al centro sono tenuti a essere calibrati. Guidati da una voce interiore che ne segna il ritmo. Se vuoi fare in fretta, devi fare piano. Anche se tutta la campagna e la pianura intorno sembrano indicarti di mettere il turbo. Castellucchio è un paese di pianura del territorio mantovano. Conta poco più di cinquemila abitanti, e dista una quindicina di chilometri da quella che fu la città dei Gonzaga. Ai visitatori che varcano le sue coordinate, il benvenuto arriva da un cartello. Le parole che vi sono collocate sopra, la descrivono come la città di Guido Leoni e di Danilo Martelli. Un centauro e un calciatore. Due sportivi, accomunati da una fine prematura in tragiche circostanze. Il circuito di Ferrara, durante le prove del Campionato italiano seniores del 1951, per l’allora trentacinquenne motociclista. E la tragedia aerea di Superga, di ritorno da un’amichevole in Portogallo nel 1949, per il centrocampista neanche ventiseienne. Se per il campione dei motori, la velocità disegnava il filo conduttore della propria carriera, le frenate e le ripartenze in mezzo al campo scandivano i tempi del mediano granata. Già, perché Danilo Martelli da Castellucchio ebbe occasione di indossare per tre stagioni la mitica casacca del Grande Torino. Quello di Bacigalupo, di Rigamonti, di Menti. E soprattutto di Valentino Mazzola, forse il calciatore italiano più forte di tutti i tempi. Un’opportunità anche per studiare dal campo il ‘quarto d’ora granata’, quell’arco temporale della partita sospeso fra il reale e il leggendario, con il capitano che si rimboccava le maniche, suonando la carica alla squadra, che d’un tratto aumentava l’intensità del gioco fino alla conquista della partita. Chissà come sarebbe proseguita la storia calcistica di Danilo Martelli se quell’incidente, il 4 maggio del 1949, non lo avesse strappato alla vita insieme ai compagni, agli altri passeggeri e all’equipaggio. Quello che rimane, a custodia della sua memoria, è l’intitolazione dello stadio di Mantova. C’è anche il suo nome in due squadre di calcio di altrettante città, con le quali era forte un legame. Piadena e, naturalmente, Castellucchio. Un luogo che, oltre vent’anni dopo, ospiterà un altro sogno diretto a Torino, stavolta rivolto verso la sponda bianconera. A tentare di coltivarlo un promettente centravanti, il diciannovenne Roberto Montorsi che, dopo un’esperienza fra le fila del Mantova nella stagione 1969/70, riuscirà a vestire la divisa della vecchia signora. Tuttavia, il suo approdo nella compagine juventina gli riserverà appena quattro presenze ufficiali. Una in campionato, una in Coppa Italia, e due in Coppa delle Fiere, senza il sigillo del gol. Seguiranno gli anni del ritorno a Mantova, e poi Monza, Sorrento e Padova. Per concludere, appendendo gli scarpini al chiodo, una parabola calcistica, figlia di incontri più saltati che riusciti, con le grandi occasioni. Ecco, nel piccolo centro abitato in provincia di Mantova, a oltre duecentosessanta chilometri dal capoluogo di regione del Piemonte, talento, ambizione e incroci del destino hanno condotto il viaggio di due ragazzi appartenenti a generazioni diverse verso la Torino del calcio. Un percorso dall’esito differente, frenato con sciagurata ferocia per l’uno e semplicemente interrotto da circostanze sportive non fruttuose per l’altro. Una sorta di derby ipotetico che mai si disputerà, se non come un gioco fra i ricordi di chi ha vissuto quegli anni. Che scorrono, lenti o veloci, a seconda delle aspirazioni che li hanno accompagnati. Come la lettura delle pagine della carriera di un calciatore. Come il rombo di una moto in provincia.

Giuseppe Malaspina