L’evoluzione dei pensatori del centrocampo azzurro

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Il giorno che Andrea Pirlo ha lasciato la Nazionale, al di là delle intuibili suggestioni emotive, è servito a fornire lo spunto per una considerazione di natura tattica. Il perno del gioco azzurro, che inevitabilmente passava per il cuore del centrocampo, occupato magistralmente dal regista bresciano, necessitava di essere rimpiazzato. Una sostituzione che, seppure senza riuscire a ricalcarne in maniera pedissequa le cristalline qualità tecniche, tentasse di essere funzionale ai movimenti del gruppo. Chi dunque inserire al suo posto in cabina di regia? Le partite ufficiali disputate dall’Italia dopo Pirlo hanno consentito, in un primo momento, di osservare in quella zona di campo la collocazione di Daniele De Rossi, Riccardo Montolivo e Marco Verratti. Solo verso il finire di questo triennio 2015-2018, un periodo compreso fra le gestioni Conte e Ventura e l’interregno Di Biagio, si è materializzata la figura di Jorginho. Titolare indiscusso nel Napoli di mister Maurizio Sarri, il centrocampista nato a Imbituba e naturalizzato italiano, è riuscito a conquistare la fiducia degli addetti ai lavori, attraverso la brillantezza delle sue prestazioni. Anche l’attuale commissario tecnico Roberto Mancini, in più occasioni incline a sperimentare il modulo 4-3-3, non ha esitato a schierarlo al centro della linea mediana. D’altronde, la sua capacità di interpretare il ruolo, coniugando nel minor tempo possibile essenzialità e fantasia, hanno fatto finora la differenza. Peraltro, esaminare i meccanismi di una squadra con Jorginho in regia, torna utile anche per seguire l’evoluzione di gioco dei centrocampisti moderni. E, di conseguenza, delle compagini che sul loro raggio di azione costruiscono il proprio baricentro. Per quanto i paragoni fra generazioni rischino di risultare anacronistici, confrontare alcune situazioni di gara, scaturite dai tocchi di Pirlo e Jorginho, agevola la comprensione del ragionamento. Spazio allora a due episodi, del tutto isolati e lontani fra loro, ma in grado di catturare quanto le intuizioni dei due playmaker siano determinanti per il collettivo. Il primo ha per protagonista il numero 21. La partita è la mitologica semifinale dei Mondiali fra Italia e Germania, a Dortmund, nel 2006. Pirlo ha appena ottenuto un corner, con un tiro insidioso di sinistro, che non è neanche il suo piede. Dalla bandierina Alex Del Piero lascia partire una parabola al centro dell’area. La carambola che ne consegue respinge la sfera proprio nella zolla protetta da Andrea. C’è lo stop, seguito da brevi passi che tendono verso una manovra di decentramento sulla destra. Ma è un bluff. Da scafato giocatore di poker, Pirlo avanza piano verso la fascia, ma interiormente assorbe una delle massime dell’indimenticato Vujadin Boškov e vede un’autostrada laddove gli altri scorgono a malapena sentieri. Con gli occhi chiusi scorge il terzino sinistro Fabio Grosso, che intanto si era portato a destra perché quando c’è una palla inattiva le posizioni spesso si invertono e gli spazi presidiati si ‘ridepositano’. Lo vede nel buio e lo pesca con la disinvoltura del giocatore che conosce a memoria la distribuzione delle carte. Il resto è un gol d’antologia che il buon Fabio racconterà ai suoi nipoti, spianando la strada alla quarta Coppa del mondo azzurra. Di Jorginho, invece, mi piace ricordare un frame recentissimo, con addosso la maglia del Chelsea. La sfida appartiene al torneo estivo International Champions Cup, frapponendo i blues contro il Lione. Nel cuore del centrocampo Jorginho porta palla e, con la mano, indica al compagno di reparto, l’inesauribile N’Golo Kanté di proiettarsi in avanti quasi come se qualcosa di propizio gli sarebbe piovuto addosso. Duracell si fida del consiglio. Neanche il tempo di due scambi ravvicinati con altri calciatori del Chelsea, che il pallone calciato a mezza altezza da Jorge finisce docile fra i piedi di N’Golo. La sua conclusione è ribattuta dall’estremo difensore, ma gli applausi sono per la geniale verticalizzazione, tanto pensata quanto fulminea. Ecco, se Andrea Pirlo brillerà sempre per la sua totale visione di gioco, Jorginho sta convincendo gli amanti del pallone per la sua velocità di pensiero. Anticipare gli sviluppi di un evento, prima ancora che le premesse dello stesso vengano attuate. Un requisito indispensabile per incidere in uno sport che, oggi più che mai, è sempre più dinamico. E talvolta, per intensità, ricalca i duelli infiammati fra gli spadaccini. A colpo si risponde con colpo. E pensare in anticipo a dove la palla compirà l’ultimo rimbalzo è una dote particolarmente rara. Da Pirlo a Jorginho, allora. Giocando con le metamorfosi del centrocampo, in cabina di regia. E, restando in tema di film, di sospensione della realtà e di pianificatori meticolosi e compulsivi, il pensiero va allo strepitoso personaggio di Furio, il marito di Magda, nella pellicola ‘Bianco, rosso e Verdone’. La sequenza della foratura della gomma, con il dubbio su quale colonnina d’emergenza più vicina raggiungere per chiamare il soccorso Aci, è risolta dalla maschera verdoniana attraverso l’uso di un binocolo e da una considerazione sulla pendenza del manto autostradale. Furio del 1981 opta dunque per la visione di gioco. Furio di oggi, forse, disporrebbe di un’app collegata al navigatore. E l’informazione desiderata arriverebbe istantanea, alla stregua di un pensiero. La visione di gioco e la velocità di pensiero, due prerogative dei pensatori del centrocampo azzurro.

Giuseppe Malaspina