Elogio di Jean-Marie Pfaff, portiere dall’indole busker

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Se la carovana degli artisti di strada saluta la città di Ferrara, calando il sipario sul festival, la rituale puntualità del calcio del weekend pare raccogliere una sorta di testimone. Chi considera il pallone una forma d’arte, infatti, non potrà evitare di scorgervi in esso figure in grado di cucire un legame fra sport e spettacolo, con il cemento della strada spesso sullo sfondo. Artisti di strada appunto, dove l’elemento girovago risponde a una precisa filosofia. Perché il termine ‘busker’, come mi raccontarono due musicisti tedeschi dieci anni fa, proviene dalla parola di origine spagnola ‘buscar’, vale a dire ‘cercare il posto’, raggiungere un luogo dove potersi esibire. Una ricerca espressiva che, traslando il terreno sui campi rettangolari di calcio, finisce più volte per avere fra i suoi protagonisti dei portieri. Sarà forse perché l’estremo difensore è il giocatore più vicino al pubblico, e la sua capacità d’incidere nel gioco emerge solo quando viene chiamato in causa per reagire a un assalto avversario, eppure ci sono e ci sono stati alcuni portieri che sono riusciti nel trasformare il non-palcoscenico della loro porta in un autentico palcoscenico orizzontale. E se gli esempi a venire in mente sono i passi di danza ipnotica sulla linea bianca dello zimbabwese Bruce Grobbelaar mentre il rigorista rivale si appresta al tiro dal dischetto, le incursioni adrenaliniche in avanti del colombiano René Higuita, peraltro interprete della ‘parata dello scorpione’, la potenza balistica del paraguaiano José Luis Chilavert, avvezzo a battere punizioni o rigori e a fare immediato ritorno nella sua area piccola, o l’estrema duttilità tattica del messicano Jorge Campos, eclettico nel difendere i pali in un tempo, con addosso peraltro le colorate divise di sua ideazione, e vestire i panni dell’attaccante nel resto del match, il primo nome a scrivere pagine di questa curiosa e vivace letteratura è il belga Jean-Marie Pfaff. Se il calcio fosse cinema, il suo ruolo oscillerebbe fra il protagonista e il caratterista, magari all’interno di una stessa pellicola. Il film della sua vita comincia nella località di Lebbeke, nelle Fiandre orientali. La famiglia numerosa, le vie di provincia, il pallone, sono frammenti di uno spaccato di un’infanzia felice. Quando il tuo nome, pronunciato dagli amici, è la prima impronta di un’esistenza che ancora non sa cosa le riserva il futuro. Quel nome, un misto fra Jean e Marie, lo ha scelto il papà Honoré che fa il venditore di tappeti porta a porta. E nell’osteria dove mangia abitualmente, a servirgli un pasto sono la signora Marie o il marito Jean. Probabilmente quella doppia scelta anagrafica è un omaggio alla loro gentilezza. Poi capita di affrontare la morte del genitore, e il gioco lascia piano piano il passo alla responsabilità, senza tuttavia smarrire la sua leggerezza. Con il passaggio dall’adolescenza alla giovinezza, arrivano anche i lavori in un ufficio postale e in uno stabilimento tessile. Ma la passione per il calcio è un carburante che non si esaurisce con gli anni. La leggenda narra che il suo debutto giovanile fra i pali dipenda dalla stazza importante, da una mole che non gli avrebbe consentito agilità nella corsa come giocatore di movimento. Così mantenere impieghi e allenamenti e partite con la squadra del Beveren significa venticinque chilometri al giorno in bici. Fino al giorno del suo matrimonio, vive in una roulotte. Dopo le nozze, insieme alla moglie gestisce un negozio di abbigliamento sportivo. Nel frattempo, le sue prestazioni in campo gli valgono un posto da titolare. Siamo nel cuore degli anni Settanta e i primi trofei, campionato e coppia nazionale, indicano a Jean-Marie che un sentiero è ormai tracciato. Diventa il portiere della Nazionale e, nel 1980, conosce anche il sapore amaro di una sconfitta in finale. Agli Europei, infatti, è un colpo di testa di testa del tedesco Horst Hrubesch a trafiggerlo per la seconda volta, dopo l’illusorio pareggio di René Vandereycken su rigore. Eppure, il portiere belga sa già cosa vuol dire misurarsi con le piccole e grandi delusioni sportive. Nel 1982, il suo esordio con la casacca del Bayern Monaco, è battezzato infatti da uno sciagurato autogol. Un’uscita avventata che produce l’effetto beffardo di smanacciare la palla nella propria porta. Una delusione calcistica che avrebbe frustrato chiunque, ma il buon Jean-Marie, in virtù di un rendimento futuro convincente, trova il modo di riparare all’errore iniziale commesso. Nel palmares di successi personali e di squadra raccolti, quello che colpisce è la reattività con cui affronta i piccoli incidenti di percorso, oltre a quella vivace spensieratezza sotto porta, con la quale non disdegna di condire le sue prestazioni. In questo senso, gli aneddoti sono dietro l’angolo. Nel libro ‘Portieri: figli di puttana’ di Fausto Bagattini, si racconta di quella volta in cui, nei Mondiali messicani del 1986 dove conquista il soprannome di ‘El simpatico’, scende in campo vestito di rosso sgargiante. Un modo per omaggiare l’avvenente personaggio di Kelly LeBrook nel film ‘La signora in rosso’. O di quando porta fra i pali un orsacchiotto di peluche. Oppure quando si rifugia sotto gli ombrelli dei fotografi per scampare alla pioggia battente. La lista degli episodi potrebbe continuare con quella mela lanciata dai contestatori olandesi sotto la sua porta e lui che spiazza tutti, mangiandosela con tanto di buccia. O con la fuga dal ritiro della Nazionale, travestito da infermiere su un’ambulanza. Ma forse la partita più iconica della sua poetica calcistica è Italia-Resto del mondo, l’1 novembre del 1988. Lo stadio Comunale di Torino ospita l’addio al calcio di quattro glorie bianconere e azzurre, Gaetano Scirea, Franco Causio, Claudio Gentile e Marco Tardelli. Del confronto fra campioni, si trovano tracce video su Youtube, con l’accompagnamento della voce e dell’eloquenza inconfondibili di Bruno Pizzul, insieme al compagno di telecronaca Nando Martellini. Il bollettino della partita consegnerà il risultato finale di 3 a 3. Gli autori dei gol, Oleg Blochin con una doppietta, Michel Platini, Gabriele Oriali, Paolo Rossi su rigore, e Alessandro ‘Spillo’ Altobelli. Novanta minuti, nel corso dei quali Pfaff ben figurerà con le sue parate, ma pescherà dal cilindro diversi numeri del suo repertorio. Se infatti si opporrà con sicurezza a una botta potente da fuori di Bruno Conti, e se respingerà in due tempi una doppia conclusione ravvicinata dell’indimenticato Gaetano Scirea, saprà far ricordare al pubblico torinese anche il lato estroso del proprio carattere. Dal passaggio di spalle ai compagni, facendo scorrere il pallone con le mani sotto il bacino, che Pizzul commenterà con l’espressione «quando c’è di mezzo Pfaff, i confini fra la realtà e l’interpretazione un po’ farsesca sono molto labili», al siparietto in area con cappello e valigia, improvvisandosi turista a Torino, in un momento d’interruzione del gioco. «Un gesto da consumato attore, il bello è che queste scene le fa anche nelle partite ufficiali», ancora le parole del buon Bruno. E poi la gag con Platini, al quale chiede con aria fintamente stizzita dopo un gol preso, di andare in porta al suo posto, spogliandosi della divisa di portiere. O il movimento rallentato all’estremo di reindossare la maglia, o la scelta scherzosa di collocare davanti alla porta un seggiolino, appena ‘trafugato’ a un fotografo a bordo campo, e di osservare una fase della partita in comodità. Approccio giocoso e talento da professionista, come ingredienti insostituibili di una carriera che ha attraversato la tappa del Lierse, in Belgio, e si è conclusa in Turchia, fra le fila del Trabzonspor. Il calcio smette di essere il suo presente, perché nel mondo ci sono talmente tante cose con cui riempire la vita. Anche un reality show legato alle vicende della sua famiglia, che va in onda nel 2003. E se credete che il Belgio sia un luogo privo di solarità, pensate alle marche di cioccolata, alle matite di Peyo che crearono i puffi, alla fantasia di Vincenzino Scifo, ai sorrisi di Dries ‘Ciro’ Mertens dopo un gol con la maglia del Napoli. E pensate anche alla filosofia di vita di Jean-Marie Pfaff. Perché il calcio ha bisogno di persone che non lo prendano tanto sul serio.

Giuseppe Malaspina