Sono trascorsi dieci anni da ‘Maradona di Kusturica’

Immagine da Youtube

Provo a compiere un esercizio di astrazione. Cerco di mettermi nei panni di un regista che vuole girare un documentario. Il dettaglio è che protagonista del film è Diego Armando Maradona. Allora lo incontro, ci parlo, lo seguo e provo a restituire agli spettatori quanto mi ha trasmesso. E mi accorgo che quel genere di riferimento probabilmente è stato travalicato. Non è più soltanto un documentario. È un flusso che abbraccia le stagioni della vita. E potrebbe perfino essere un poema, come l’Iliade, o l’Odissea. Ma l’eroe non è come Ulisse che, per godere del seducente canto delle sirene, si fa legare all’albero della nave. Perché vuole assaporare il piacere di un canto ammaliatore, ma privo di pericoli. No, lui asseconda la tentazione e si tuffa in acqua, rischiando di perdere tutto. Ho rivisto, a dieci anni di distanza dalla sua uscita nelle sale, il film ‘Maradona di Kusturica’. Un modo per riaccendere vecchie connessioni, che dallo sport si spostano alla musica, alla politica, alla vita. E mi sono soffermato proprio su una sfumatura della vita di Diego. Una sorta di passaggio forzato attraverso il buio, prima di ritrovare uno spiraglio di luce. In un dialogo con il regista balcanico, fa cenno a quando giocava a calcio da bambino con gli amici. Un gioco continuo, che si protraeva anche di notte. Quando l’oscurità avvolge la vista e finisce per impedire di seguire il pallone. Eppure, l’energia che muove quella piccola comunità di calciatori argentini è tale da spingere all’indietro il buio. Fino al sopraggiungere dell’alba. E la scoperta più sorprendente è che la qualità delle azioni migliora. Come quando la nebbia si dirada e i contorni delle cose, con cui ti sei misurato poco prima, ritornano nitidi. E tutto riprende ad avere senso. Un concetto che, per alcuni versi, ricorre più avanti. Quando la digressione coinvolge il rapporto con la cocaina, «una blanca mujer de misterioso sabor y prohibido placer», per citare le parole della canzone di Rodrigo Bueno, ‘La mano de Dios’, e l’immagine evocata materializza grumi neri di sangue davanti agli occhi. L’umanità del ‘pibe de oro’ è nel rimpianto di essersi perduto l’infanzia delle figlie, a causa di questa profonda fragilità. Nel domandarsi, fra il serio e il faceto, che calciatore sarebbe stato se non avesse consumato droga. Il resto è una carrellata di storie, di situazioni, di luoghi. Di Maradona stesso che rappresenta un luogo concettuale che apre varchi su altri luoghi e altri tempi. Che palleggia con Kusturica all’interno dello stadio di Belgrado, calpestando quella zolla di terreno dove nel 1982 trafisse la Stella Rossa, con un morbido e micidiale pallonetto. Le partite che diventano metafore di confronto fra popoli. I popoli del sud che si assomigliano a quelli dell’est. Il diritto a resistere contro le ingiustizie, le guerre, gli accordi commerciali. Il flusso scorre più potente che mai, come un tango, come un pezzo dei Sex Pistols, come il salto di livello di un videogioco. Sullo sfondo, l’idolatria di chi crea una chiesa in suo nome, e la tenerezza provocata dal rispolverare antichi filmati di famiglia. La sintesi è un concentrato che ingloba tutto, anche cose che difficilmente riescono a coabitare, la narrazione collettiva e la genialità individuale. Le stagioni di una vita straordinaria, che non è un’astrazione.

Giuseppe Malaspina