Due generazioni di merengues a confronto

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La chiamavano la ‘quinta del buitre’. Un assortimento di cinque talenti al servizio della maglia dei blancos di Madrid, fra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Laddove il ‘buitre’, l’avvoltoio, era il fantasioso attaccante Emilio Butragueño, rapace nell’area di rigore. E la sua coorte, composta da Miguel Pardeza, da Manuel Sanchís, da Míchel, da Rafael Martín Vázquez, rappresentava l’ossatura di una squadra destinata a lasciare il segno nella storia del club. Perché proprio dal settore giovanile del club, questa nidiata di giocatori nati fra il 1963 e il 1965, dalle indiscutibili qualità sportive, proveniva. E il loro progressivo lancio nella prima squadra, ha contribuito a fornire una sterzata decisiva in chiave di successi, soprattutto nazionali, raggiunti. Ma anche sotto il profilo del gioco. Se il ‘buitre’ faceva della tecnica e dell’imprevedibilità di esecuzione le sue doti migliori, la rapida punta Pardeza sfruttava l’abilità nella corsa e la bassa statura come strumento per liberarsi in area e servire assist ai compagni, oltre che tentare il tiro con potenza. In difesa, il figlio d’arte Sanchís si metteva in luce per grinta e abnegazione, francobollando, per usare un’espressione cara a Bruno Pizzul, i propri avversari di riferimento. E probabilmente conquistando la stima del papà Manuel Sanchís Martínez, in forza alle merengues negli anni Sessanta, anche lui come giocatore votato alla marcatura. A centrocampo, Míchel dispensava palloni con sapiente precisione. Infine, l’ordinato Martín Vázquez tesseva trame eleganti per collegare il lavoro dei centrocampisti con quello degli attaccanti. Dalla seconda divisione spagnola con il Real Madrid Castilla, prima squadra filiale del Real Madrid, proiettati così nel massimo campionato. Per rilanciare un ciclo vincente nella compagine madrilena, e inanellare una serie di record. Come il numero mondiale di centoventuno partite in casa senza sconfitte. Guardando al bottino di trofei, poi, spiccano sei campionati spagnoli, tre coppe di Spagna, due coppe Uefa, quattro supercoppe spagnole, una Coppa di Lega. Grande assente per la ‘cantera’, la Coppa dei campioni. Eppure, a colpire i tifosi e gli appassionati non sono tanto i successi conquistati, ma l’armonia di gioca prodotta. La sensazione era quella di un calcio luminoso e apollineo, difficile da sconfiggere. Nella rincorsa di una bellezza da ricercare a colpi di sfide vibranti con i rivali del Barcellona, magari avvezzi a un gioco più dionisiaco. La luce contro la materia, in un turbinio di duelli, dove la singola sfumatura è volte quella decisiva. E nel Real di allora, spesso passava per i piedi di Butragueño. Il paragone con i giorni nostri e con l’ultima generazione di talenti coltivata al Santiago Bernabéu, nasce guardando al rapporto fra i quattro moschettieri e il ‘buitre’. E prosegue, spostandosi alle ultime stagioni giocate dai blancos, Inevitabile sottolineare la presenza del portoghese Cristiano Ronaldo, anch’esso come Butragueño con il numero 7 sulle spalle, nel ruolo di riferimento tecnico e trascinatore di un gruppo di giovani diamanti da valorizzare. In questo caso, però, non tutti provengono dal vivaio madridista. E la differenza di età non è racchiusa in un paio d’anni. La forbice si dilata fino a toccare la classe 1991 di Lucas Vázquez e quella 1996 di Marco Asensio. In mezzo c’è il 1992, anno di nascita di Isco e di Daniel Carvajal. Quattro giovani già nel giro della Nazionale delle furie rosse, e adesso alle prese con una sorta di ricostruzione del gioco delle merengues, alla luce del passaggio del portoghese campione d’Europa nelle fila della Juventus. Magari un’annata all’insegna della maturazione consecutiva per i quattro, chiamati a occupare in campo la presente e futura spina dorsale del Real. Nel frattempo, il laterale Carvajal continua ad agire da stantuffo inesauribile sulla fascia destra, superando la concorrenza di compagni di reparto. Isco legge il gioco a centrocampo, trovando il tempo per dribblare, smistare cross e realizzare reti di pregevole fattura. Marco Asensio, in virtù delle sue prestazioni impreziosite da un sinistro micidiale, afferma una spiccata tendenza a svolgere il ruolo di attaccante esterno, mentre Vázquez si candida a valida soluzione offensiva, in attesa che lì davanti il blasone delle punte consenta il ricambio generazionale. Una staffetta interessante da osservare dove, al di là dei paragoni fra i cicli sportivi, chiamata a farla da padrone sarà l’estetica del gioco.

Giuseppe Malaspina