La duttilità di André Cruz, che compie cinquant’anni

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Nella storia della Seleção c’è sempre stato posto per micidiali battitori di punizione. Il tiro da lontano, che sia potente e preciso o perfido e arcuato, pare infatti essere un bagaglio in dotazione a molti giocatori che hanno indossato la casacca verdeoro. Sarà perché il modello sportivo di bellezza sudamericano è qualcosa che necessariamente passa per il suo disegno, ecco che allora il calcio da lontano diventa un efficace esempio di tratteggiarne l’estetica. Di rappresentarne le forme. E l’idea di scaraventare la palla in rete, con una traiettoria morbida o decisa, rassomiglia al gesto di un pittore che intende imprimere il suo segno sulla tela. Solcare gli spazi, poi, per planare sull’obiettivo prefissato, è un modo per rivendicare la propria identità sul campo di gioco. In quest’ambito, i carioca l’hanno tradizionalmente fatta da protagonisti. Focalizzando l’obiettivo sugli ultimi decenni, il pensiero balza al genoano Branco, o agli interisti Roberto Carlos e Adriano. Un nome meno d’impatto, forse per la ricorrente frequenza del suo cognome in terra brasiliana, è invece quello di André Cruz. Le figurine che ne hanno immortalato le sembianze nel corso dei suoi anni in Italia, restituiscono i colori azzurri del Napoli dal 1994 al 1997, quelli rossoneri del Milan dal 1997 al 1999, e infine quelli granata del Torino dal 1999 al 2000. Già, perché André da Piracicaba, nato il 20 settembre 1968 e oggi cinquantenne, giocò tre stagioni con i partenopei, due con i diavoli, poi fece le valigie per una breve parentesi in Belgio, e concluse l’esperienza nel Belpaese, sotto la Mole. Fra le caratteristiche tecniche che ne contraddistinsero le presenze in campo, senza dubbio figura l’abilità balistica. Eppure, sebbene il colpo calibrato fosse un grimaldello sfruttabile nei calci piazzati per far saltare le difese avversarie, senso della posizione e capacità di impostazione furono gli elementi tali da renderlo un’eclettica pedina sul tappeto verde. Perché oltre a svolgere il ruolo di libero, in un periodo storico transitorio fra le certezze della marcatura a uomo e l’audacia del modulo a zona, Cruz ebbe modo di agire anche in linea mediana. Accompagnando l’azione con il suo sensibile piede sinistro. Se si guarda all’aspetto statistico della sua avventura in Italia, ecco spiccare 33 presenze e 13 gol in tre anni al Napoli, 13 presenze e un gol in due anni sia al Milan che al Torino. Numeri, soprattutto gli ultimi, figli di momenti condizionati da infortuni e probabilmente dal non rientrare più come titolare nei progetti di chi siede in panchina. Le annate più felici sono sicuramente la prima e la terza al Napoli, dove ebbe come allenatori Vincenzo Guerini per sei giornate e Vujadin Boškov per il resto del campionato, e Luigi Simoni per quasi un’intera stagione e Vincenzo Montefusco per circa un mese. Fu proprio Simoni a provarlo a centrocampo in un anno in cui gli azzurri sfiorarono la conquista della Coppa Italia, persa contro il Vicenza. Con la maglia della sua Nazionale, André Cruz ottiene una medaglia d’argento alle Olimpiadi di Seul del 1988, una Copa América in casa nel 1989 e un secondo posto nella stessa competizione, in Uruguay, nel 1995. Nel 1998 è fra i convocati ai Mondiali in Francia, ma non scende mai in campo e assiste alla disfatta dei suoi compagni nella finale contro i galletti. Curiosamente, la sua unica rete in Nazionale maggiore, è messa a segno a Bologna nel 1989, nel corso di un’amichevole contro l’Italia. Quando il portiere Walter Zenga è scavalcato dal pallone che finisce nel sacco, sui teleschermi in sovrimpressione vengono indicati nome e cognome di questo talentuoso ventunenne, che corre sorridente come un bambino, abbracciato dall’esperto Alemão. Si chiama André Cruz, e ha appena piazzato la sfera sotto l’incrocio dei pali. Naturalmente su calcio di punizione.