Non esser brasiliani, però che gol…

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Il ponte ideale che lega l’immaginario sportivo e il coro di una tifoseria traccia una distanza meno impegnativa di quella che, proverbialmente, separa il dire e il fare. Probabilmente perché le dinamiche che insistono sul rettangolo di gioco finiscono, per osmosi, per essere immediatamente assorbite dal mondo che staziona intorno ai confini del suo perimetro. Quello rappresentato in primo luogo, appunto, dai supporter del club di appartenenza. Ecco, allora, che il fascino di una giocata riprodotta reiteratamente sotto una curva, si conquista un’etichetta acquisita sul campo. Lampi di luce apollinea disegnati dai piedi di un beniamino aprono, dunque, varchi su quel pantheon fantasioso scandito dalle atmosfere di un territorio che, prima che geografico, è quasi immaginifico per un tifoso. Il Brasile. Sono tanti, a questo proposito, i calciatori che si sono conquistati nel corso del tempo l’appellativo di brasiliani, senza alcun genere di riferimento anagrafico. Una cittadinanza calcistica ad honorem, in un certo senso, che fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta non poteva non essere elargita. Come non lasciarsi suggestionare, per esempio, dai cambi di passo accompagnati da guizzi e colpi di talento del ‘barone’ Franco Causio. Un Mondiale ad alti livelli, il suo, quello del 1978 in Argentina il suo. Bello e incompleto, culminato con il quarto posto nella finale meno importante, proprio contro il Brasile. Una partita contro i verdeoro, dove Causio realizza la rete della bandiera. Vincerà i campionati del mondo quattro anni dopo, nella straordinaria spedizione in Spagna, stavolta con un ruolo più defilato. E si guadagnerà anche un altro soprannome, ‘Brasil’. Poi, dalla Juventus passerà all’Udinese, dividendo il terreno di gioco con due compagni di squadra brasiliani, il difensore Edinho e il fantasista Zico. In Nazionale, cederà il posto sulla fascia a un folletto, la cui classe sembra rimandare a sotto l’Equatore. Quel Bruno Conti da Nettuno, che se non avesse sfondato nel calcio probabilmente avrebbe avuto una radiosa carriera nel baseball. Invece, salda la sua storia calcistica alla maglia giallorossa della Roma, e naturalmente a quella azzurra. Con l’Italia, c’è anche lui nel successo cristallino contro il Brasile nel 1982. Dove, nonostante gli inseguimenti e i gol di Sócrates e di Falcão, peraltro in forza anch’esso nella compagine capitolina, a compiere la tripletta che chiude la pratica è Paolo Rossi da Prato, che da ala destra si trasforma in centravanti per via di un’intuizione di Gibì Fabbri al Lanerossi Vicenza, e che in Spagna, per tutti, diventa ‘Pablito’. Sognare è un esercizio ancora più attraente in provincia. Lo sanno i tifosi leccesi che, davanti alle prodezze balistiche di Fabrizio Miccoli, non esitano a definirlo il ‘Romario del Salento’. La fascia sinistra del campo dello Stadio ‘Oreste Granillo’ di Reggio Calabria, verso la fine degli anni Novanta, è verde prateria. La solca con destrezza e rapidità, Davide Possanzini da Loreto. L’impeto nella corsa, l’abilità nel saltare l’uomo e convergere in area, pronto a colpire, sono marchi di fabbrica funzionali a un progetto atteso e ambizioso. Salire nella massima serie. Ci riuscirà Davide, insieme ai suoi compagni. E dagli spalti, in molti canteranno in coro, «Possanzini brasiliano, Possanzini brasiliano!». Una casacca, quella amaranto, che avvolgerà nel colore e nel calore del suo potere cromatico diversi ‘numeri dieci’. Tre volte dieci, o meglio 30, la doppia cifra stampata sulla schiena di Andrea Pirlo da Flero. Sceglie il prestito alla Reggina, matricola in serie A, quando ha appena compiuto vent’anni, e il suo ruolo è creare gioco e scompiglio dietro le punte. Quando batte i calci di punizione, poi, disegna parabole che sono gioielli. C’è chi, come il sottoscritto, si reca al campetto di Sant’Agata, per vederlo allenarsi ad aggirare una barriera di sagome. Una dote, la sua, affinata osservando scrupolosamente i tiri da fermo di un altro talentuoso battitore brasiliano, Juninho Pernambucano. Fra il 2002 il 2005, approda nella città dello Stretto un centrocampista mancino, che agisce prevalentemente sulla fascia destra. Proviene dal Giappone, è il suo nome è Shunsuke Nakamura. Zigzagante e fulmineo nel liberarsi e tirare, dispone di un repertorio ricco e fantasioso. Il calcio di punizione è però la gemma più lucida che pesca puntualmente dal suo cilindro. Esplosivo è soprattutto il suo primo anno in amaranto. E il pubblico, quando intende tributargli un omaggio in lingua italiana, gli dedica un coro che, mutuato nel suo passaggio finale è caro ai fan milanisti di Andrij Ševčenko. Che recita: «Non è un brasiliano, però che gol che fa… A Reggio è un idolo già, Nakamura». Perché quando arriva qualcuno in grado di far saltare gli schemi, a saltare sono anche le coordinate geografiche.

Giuseppe Malaspina