Il rumore della catastrofe silenziosa in Yemen

Quando la linea che si assume come riferimento serve a delimitare l’essenzialità dei diritti umani, una volta oltrepassata quella soglia, il dubbio è che il concetto stesso di salvataggio possa sembrare vano. Una domanda suscitata dal dibattito, dal titolo ‘Una catastrofe silenziosa’, nell’ambito del festival Internazionale a Ferrara. Al centro della tavola rotonda, introdotta e moderata dalla giornalista Maria Cuffaro, le vicende di guerra che dal 2015 coinvolgono lo Yemen. Al di là della ricostruzione storica del conflitto che frappone da un lato le forze alleate agli Houthi, e dall’altro quelle leali al governo Hadi, in una coalizione a guida saudita che comprende anche Stati Uniti d’America, Francia, Turchia, Regno Unito e Canada, il quadro che emerge è di un territorio, già in parte bersaglio del terrorismo, adesso anche massacrato dalla guerra, oggetto di bombardamenti e di embargo, falcidiato da un’epidemia di colera, dove il prezzo più alto è intuitivamente pagato dai civili. Ventidue milioni di abitanti in condizioni di emergenza e bisognose di cure, secondo l’Onu, la cifra impressionante riportata dalla moderatrice all’inizio della conferenza. Poi irrompono le storie, come quella raccontata da Diego Manzoni, anestesista rianimatore di Medici senza frontiere. Lo scenario che si materializza con le sue parole è di «un ospedale su una montagna, a circa 2400 metri d’altezza, fra case diroccate e povertà». Numerose, le persone che necessitano di assistenza. A un certo punto, arriva una paziente con la bava alla bocca, in preda a movimenti convulsionanti. «Le forniamo ossigeno – prosegue il medico – per cercare di capire cosa fosse successo». La scoperta è che essa stessa si è avvelenata, ingerendo dei pesticidi. Una scelta intenzionale, dettata dalla convinzione di un’assoluta mancanza di prospettive per il futuro. «Una storia diversa da quella che si è soliti vedere in contesti di guerra. Abbiamo deciso di provare a salvarla, a farle smaltire il veleno. Questa ragazza è sopravvissuta», la conclusione del resoconto dell’operatore umanitario. Tocca poi alla documentarista Laura Silvia Battaglia, addentrarsi nel racconto di un Paese «dove persone non riescono ad arrivare a un ospedale perché manca il gasolio», dove capita di riprendere una donna con un bimbo di anni dal volto scarnificato «che muore di fronte a me che sto filmando, e ti chiedi come è possibile che accada nel 2018». Mentre la modernità manifesta i suoi nuovi involucri attraverso le più recenti forme di tecnologia, in Yemen imperversa un conflitto che rende i civili sprovvisti di elettricità, impedendo loro di usare il frigorifero, di ricaricare il telefonino, di connettersi su internet, di ricevere lo stipendio, di bere acqua che non sia contaminata da agenti patogeni. A fotografare la situazione da una prospettiva politica è Adam Baron, dell’European Council on foreign relations che, in quella che i Sauditi definiscono «una guerra di necessità», aggiunge ulteriori elementi riguardanti i rapporti di forza fra le potenze, come la precedente introduzione di «voli diretti con l’Iran», e «le esercitazioni a sud del confine saudita». L’attuale stato delle cose, poi, porta a pensare che sia «volontà di tutti gli attori, continuare la guerra». Un clima di estrema polarizzazione del conflitto, caratterizzato dalla presenza di armi. Se infatti «oggi una famiglia ha un kalashnikov per difendersi – continua la giornalista Laura Silvia Battaglia – in Yemen ci sono mercanti di armi, dagli Stati Uniti all’Europa». Un mercato, le cui conseguenze si traducono per esempio in «milizie che usano moltissimo le mine», o nelle commesse di «quattromila bombe esportate in Arabia Saudita dall’Italia tra il 2013 e il 2017». Un sistema di matriosche collaudato che finisce per coinvolgere diverse nazioni occidentali.

Giuseppe Malaspina