Le suggestioni della finale di Coppa Libertadores

A pronunciare l’ultima parola sarà il campo. La doppia sfida fra Boca Juniors e River Plate sarà l’atto conclusivo del lungo percorso della Champions league sudamericana. Una finale di Coppa Libertadores che si carica di significati suggestivi per le due contendenti, alle prese con una rivalità che definire storica è un eufemismo calcistico. Il responso delle due semifinali ha dunque sancito i nomi delle pretendenti al titolo. Da un lato c’è il club azul y oro, reduce da una doppia conquista consecutiva del titolo in Superliga. Dall’altro, i Milionarios dalla maglia biancorossa, che batterono proprio gli Xeneizes, in un’altra finale. Quella di Supercopa Argentina dello scorso anno. Tempi recenti coniugati al passato remoto, perché ogni partita fra le due compagini contribuisce a storicizzare una contrapposizione sportiva fra gli abitanti di Buenos Aires. Dalla radice comune del barrio La Boca, sulle rive del fiume Riachuelo dove tutto ebbe inizio, la fondazione delle due società calcistiche nei primi anni del Novecento. Fino a un susseguirsi di match infuocati, dal punto di vista sia tecnico che agonistico, al punto da definire il derby come qualcosa di più intenso e particolare da vivere. Così Boca-River per tutti è il ‘Superclásico’. Un confronto che non si limita solo a due squadre della stessa città, ma nell’immaginario sportivo, mette davanti due approcci di gioco, forse anche due modi di essere. Basta scorrere l’elenco di chi ha vestito le due casacche nel tempo, per farsi un’idea di quanto possa evocare una semplice partita. Intanto, i due allenatori. Sulla panchina della ‘Bombonera’ siede Guillermo Barros Schelotto, fratello gemello di Gustavo, suo vice. Una decade trascorsa a fare incetta di trofei, sedici per l’esattezza, con la divisa blu e gialla. A dirigere gli allenamenti allo stadio ‘Monumental’ c’è invece Marcelo Gallardo. Undici stagioni da calciatore con i biancorossi, più qualche incursione in Francia, fra Monaco e Paris Saint-Germain, oltre all’Uruguay, nelle fila del Nacional. Fra i totem del Boca, come non menzionare il primatista di presenze Roberto Mouzo, il mitico portiere Hugo Gatti, il difensore Silvio Marzolini. E poi Martín Palermo, detto ‘El loco’ o ‘El Titàn’. Spazio poi al talentuoso Juan Román Riquelme. O all’indimenticato Ernesto Cucchiaroni, per i tifosi Tito, che giocò un anno con gli Xeinezes, per attraversare l’Oceano e finire in Italia, prima al Milan e poi nella città genovese blucerchiata. Fra chi si mise in luce un solo anno, c’è anche Miguel Ángel Brindisi, o il centravanti Gabriel Omar Batistuta, che per una stagione indossò anche la maglia del River. Mentre, in mezzo a coloro che ancora lottano in area di rigore, spicca la grinta, saldata alla classe di Carlos Tévez. Ma il nome che racchiude tutto, e chiude ogni cerchio coi debiti della memoria è quello di Diego Armando Maradona. Tre anni al Boca giocò inoltre Claudio Paul Caniggia, che cominciò la carriera nelle giovanili del River. Dove, se si pesca alla cieca, saltano fuori preziosissime carte da gioco. Da Ramón Ángel Díaz a Hernan Crespo. E poi Javier Saviola, Gonzalo Higuain, Ariel Ortega, Matías Almeyda, Javier Mascherano, Pablo Aimar. E più indietro, fino a Daniel Passarella, a Leopoldo Luque, a Omár Sivori. C’è anche spazio per le promesse non mantenute fino in fondo, come nel caso di Andrés D’Alessandro. «È il giocatore che più mi assomiglia, l’unico che mi fa divertire guardando una partita di calcio», disse di lui ‘El pibe de oro’, nel 2002. Sembra un’era geologica fa, eppure la sensazione è che l’adrenalina sia destinata a scorrere ancora, in una sfida dove la passione è pronta a riempirsi di nuovi contenuti. La ‘Bombonera’ il 10 novembre alle 16, alle 20 in Italia, e il ‘Monumental’ il 24, al medesimo orario, le coordinate di un evento sportivo, già epico nelle sue premesse.

Giuseppe Malaspina