Guardare ‘Maradonapoli’ alla vigilia del ‘superclásico’

Immagine da Youtube

Se è vero che le foto calcistiche, esposte sulle pareti dei bar, restituiscono frammenti della memoria sportiva di una società, in quelle appese nella città partenopea ogni storia finisce per convergere intorno a un uomo. Di Diego Armando Maradona è stato detto e scritto tutto. Dai film ai libri, dalle canzoni a qualunque altro genere di narrazione in grado di sintetizzare il rapporto più intenso fra singolo e collettività. Letto in quest’ottica, il suo viso rappresentato e riprodotto in mille sfumature, perfino sui tatuaggi di chi sceglie di saldarselo addosso, diventa la chiave d’accesso più immediata per leggere questa relazione. Potenza dell’immagine. Forse perché la divinità del calcio necessita di un viso per compenetrarsi nelle cose, per rendersi immanente. Nel documentario ‘Maradonapoli’, diretto da Alessio Maria Federici, ‘El pibe de oro’ compare per alcuni istanti, in un estratto di un’intervista di Gianni Minà. Per tutto il resto del film, le sembianze di Diego nato a Lanús il 30 ottobre 1960 scompaiono, ma lasciano il posto al Diego sempiterno che vive nei ricordi di coloro che ne sono rimasti attraversati. Perché ‘Maradonapoli’ non è soltanto la crasi fra il nome di un individuo e quello di una città, ma è un contenitore senza fondo di quel rapporto bidirezionale che ha permesso all’uno di specchiarsi nell’altra. Davanti all’obiettivo della telecamera, scorrono così numerose persone comuni, ciascuna con un’età e un lavoro differente. Nelle pieghe della sensibilità di tutte, però, un posto speciale è riservato al genio argentino con il numero dieci sulle spalle. Un numero, il dieci, che la compagine azzurra non stamperà più sulle sue magliette, per legarlo per sempre al suo ideale proprietario. Sottrarre nella contingenza per addizionare nell’eternità. Come le rette parallele che non si toccano, per incontrarsi all’infinito. Nel frattempo, la città si riveste di infiniti simboli che immortalano quel volto di eterno scugnizzo, mentre gioisce con un pallone al piede. Dalle bandiere alle tazze, dalle statuette alle ciabatte, a qualunque altro souvenir per ricordare che non c’è pezzo dell’architettura sentimentale napoletana che sia priva della sua quotidiana presenza. Una presenza rimarcata dai nomi dei figli di quegli anni, che dal 1984 viaggiano al 1991. Che se nascevano maschi venivano chiamati Diego, Diego Armando, o perfino in un caso Diego Armando Maradona. E, nell’ipotesi di una bambina, c’era pronto Azzurra, come la maglia della città. Le testimonianze sulle radici di una passione che crea un legame sociale si alternano. E mentre ognuno degli intervistati aggiunge un tassello nel puzzle del lungometraggio corale, mi convinco che c’è tanta Argentina nelle strade di Maradonapoli, come spiegato anche da un intervento all’inizio del video. Me ne accorgo, spezzone dopo spezzone, proprio il giorno della vigilia della finale di Coppa Libertadores. Del duello di Buenos Aires alla Bombonera, fra il River e il Boca. Quello di Diego. Dove ogni bambino sogna di giocare a pallone. E quando non ci riesce, desidera fare il radiocronista e contribuire al racconto di un’impresa sportiva. Una narrazione collettiva che rende fresco, vivo e vitale, un qualcosa che le cronache hanno consegnato alla storia da ormai quasi tre decenni. Eppure, l’energia dirompente di quella storia nell’immaginario di chi l’ha vissuta, è in grado di spostare le coordinate temporali e le ricorrenze. Al punto che il Natale, verrà festeggiato il 30 ottobre, giorno della nascita di Diego. E non sarà raro trovare una sua statuetta all’interno del presepe. Perché anche la mano talentuosa di una bottega artigiana, a modo suo, può riscrivere la storia.

Giuseppe Malaspina