L’ultimo volo del fenicottero

Immagine da Youtube

La bellezza di un gesto atletico sta nel viverlo o nel raccontarlo? Se la risposta del protagonista sportivo, per predisposizione naturale, sarà orientata verso la prima opzione, chi si trova a svolgere il ruolo da cronista molto probabilmente abbraccerà la seconda. Eventualità agganciate al gioco delle parti, che ruotano intorno alla bipartizione fra calciatore e giornalista. Due mondi talvolta vicini e lontani, allo stesso tempo. Eppure, non è così insolito che qualcuno riesca a frequentarli entrambi, magari con la disinvoltura di un mediano che si prodighi a spezzare le trame avversarie, senza disdegnare poche ma efficaci sortite offensive. Flemming Nielsen faceva parte di questa categoria. Nella carriera del centrocampista danese, nato nel 1934 e scomparso un paio di giorni fa, c’è stato spazio per entrambe le professioni. Quella del calciatore, appunto, e a Bergamo sono in tanti a ricordarsi delle sue tre annate con la maglia nerazzurra, e quella del giornalista. Un triennio intenso, quello vissuto con i colori della Dea, che riporta a galla spezzoni di calcio degli anni Sessanta. Le stagioni attraversate dalla sua parabola vanno dal 1961 al 1964. Le stesse del connazionale Kurt Christensen. Fra i compagni di squadra che hanno diviso il campo con lui, alcuni nomi rimasti impressi nella storia del calcio. Come l’ala destra Angelo Domenghini, campione d’Europa nel 1968 e vicecampione del mondo nel 1970. O come il mitico portiere Pier Luigi Pizzaballa, il cui cognome irruppe nella cultura di massa dei collezionisti, per via della difficolta di reperimento della sua figurina. Con loro, Nielsen riuscì a conquistare una Coppa Italia nel giugno del 1963. Unica volta in cui l’Atalanta si aggiudica il trofeo, in una competizione dove riesce a raggiungere la finale in tre circostanze diverse. Un legame duraturo, dunque, con il club bergamasco, rinsaldato a suon di presenze e grinta, eleganza e visione di gioco. Dal fisico asciutto e longilineo deriva il soprannome di fenicottero, che s’imprime presto nel ricordo della tifoseria. Come quella medaglia d’oro della Coppa Italia, che alcuni supporter rammentano indossasse al collo, orgoglioso dell’impresa sportiva. Un 3 a 1 a San Siro, ai danni di un Torino, con tripletta di Domenghini. Il gol della bandiera, lo mette a segno Giorgio Ferrini, diga di una linea mediana arricchita dalla caratura di Enzo Bearzot. Il centrocampo, però, è terra di fango e sudore. E se le vittorie rimangono tatuate sotto pelle, le sconfitte hanno un peso specifico che non smette di forgiare il temperamento. Pescando dal pozzo senza fondo del web, ecco saltar fuori i fotogrammi di un video Youtube che ripercorre un feroce 6 a 3 in casa, contro la Juventus, in un gennaio del 1963. Quando fra i rivali spicca la classe di un certo Omar Sívori, c’è poco da fare. Si memorizza tutto, per correggersi e riprovarci più avanti. Chissà che un giorno, non venga la voglia di scriverci un pezzo. Che parli di quella porzione di campo dove l’estro si misura con la forza, in un duello mai risolto fino in fondo. Dove la compattezza di un gruppo talvolta cede alla classe di un singolo. Dove anche un fenicottero può vincere la sfida con il futuro allenatore dell’Italia campione del mondo.

Giuseppe Malaspina