Il quinto Beatle che giocava come i Rolling Stones

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Le casacche rosse con il numero sette sono oggetto di culto per molti tifosi del Manchester United. Scorrendo la storia delle rose del club dei ‘Red devils’ degli ultimi decenni, si palesa una lista di illustri possessori. Da Bryan Robson a Éric Cantona, da David Beckham a Cristiano Ronaldo, è una rincorsa verso un gioco sempre più moderno, che non smette però di oscillare fra sfumature apollinee e dionisiache. Tuttavia, il capostipite di questa multiforme primiera di carte può essere considerato forse il più talentuoso e sfortunato di tutti. Quel George Best da Belfast che, se fosse vivo oggi, avrebbe settantadue anni di età. E invece è scomparso, nel letto di un ospedale di Londra, il 25 novembre del 2005. Sicuramente il più grande giocatore dell’Irlanda del Nord, probabilmente fra i più forti di tutti i tempi, per quanto sia insidioso addentrarsi fra gli angoli delle preferenze personali. L’immaginario collettivo del calcio ne salda l’estro sportivo a quell’intemperanza, quasi da romanzo, che accompagna l’esistenza degli attaccanti tutto genio e sregolatezza. Niente mezze misure. La battuta fulminante che diventa aforisma, il più citato quello che recita «Ho speso molti soldi per alcool, donne e macchine veloci. Il resto l’ho sperperato». E che magari sembra stridere con le ultime dichiarazioni prima di morire. Quei messaggi rivolti ai giovani sull’importanza della salute, insieme alle foto che testimoniano quanto il vizio dell’alcolismo gli avesse corroso il fegato. Perché l’irrompere dell’ovvietà restituisce la vulnerabilità di ogni essere umano, per quanto la sua vita possa apparire straordinaria. E George Best, nella mitologia del calcio, è stato una sorta di Achille. Un semidio della trequarti di campo, con il piè veloce, ma anche con il suo tallone. La mia generazione non l’ha conosciuto direttamente, per motivi chiaramente anagrafici. Ma sono corsi in aiuto i filmati delle sue piccole grandi imprese. C’è un movimento, così fulmineo da sembrare un brivido, con cui si misura ogni attaccante quando si trova smarcato, a tu per tu con il portiere. Nasce nei campetti di periferia, ma ritorna puntuale anche nelle sfide su palcoscenici internazionali. Sullo sfondo, la porta è un bersaglio che si ingrandisce sempre di più. La palla è il proiettile custodito dai tuoi piedi che avanzano, ma fra te e la rete c’è l’ostacolo dell’estremo difensore. L’istinto sarebbe quello di calciare subito, perforare l’ultima retroguardia rimasta con la potenza più deflagrante. Un modo risolutivo per sistemare la questione e soprattutto per chiudere ogni alibi con se stesso. Io tanto ci ho provato, se la sfera non è entrata, ho comunque tentato la soluzione più d’impatto. In quegli istanti, però, la capacità di dominare l’istinto suggerisce anche di fintare il tiro, dribblando il portiere e depositando la palla nel sacco. Lo so, sembra un’ovvietà, ma un incastro delicatissimo di alcune ma essenziali componenti. Best ci riusciva con una sincerità disarmante. Basta soffermarsi a guardare il suo gol nella finale di Coppa dei campioni vinta contro il Benfica. Era il 1968, a dieci anni dal disastro aereo che coinvolse i giocatori del Manchester United, a Monaco di Baviera. Fra i sopravvissuti c’era il leggendario Bobby Charlton. Che alzò la coppa insieme al giovane Best. Teatro della vittoria, lo stadio di Wembley, in un match combattuto e arbitrato dall’italiano Concetto Lo Bello. La sua parabola proseguì fra alti e bassi, successi e infortuni, guizzi e incomprensioni. Come un musicista fuori dagli spartiti. La metafora non è fuori luogo, se si pensa a un look che richiama il quartetto dei Beatles, e a un’energia che viaggia più sulle sonorità Rolling Stones. Dei quali, peraltro, sembra essere un fan. Anche a giudicare da un video, targato ‘Top of the pops’ del 1965, con la sua presenza in mezzo al pubblico di un loro concerto. Ma il bello del calcio arriva da un campionario umano così vario, da consegnare carburante alla memoria di chi l’ha saputo apprezzare. Anche se il rischio, parecchie volte, è che la persona venga ingoiata dal suo personaggio.

Giuseppe Malaspina