La signora Canà non abita più qui

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Se il viaggio di un attore muta traiettoria in base ai personaggi di cui veste episodicamente i panni, allora ogni cambiamento è il sintomo di una nuova virtù. Nel percorso cinematografico attraversato dall’attrice Giuliana Calandra, scomparsa ad Aprilia nello scorso 25 novembre, c’è stato posto per innumerevoli interpretazioni. E per cambi di registro pari alla quantità di pellicole nelle quali si è trovata a recitare, dal genere horror alla commedia, da quello erotico al drammatico. Senza disdegnare ruoli nello spettacolo e in televisione. Un caleidoscopio di apparizioni fra gli anni Settanta e la fine del Duemila. Eppure, il personaggio che probabilmente più si è incardinato nell’immaginario del pubblico, è quello della signora Canà nell’ormai cult ‘L’allenatore nel pallone’. Mara Lagrasta all’anagrafe, acquisisce il cognome tronco del marito da sposata. Espediente narrativo per consentire la celeberrima gag della telefonata di Lino Banfi, alle prese con una centralinista brasiliana, dentro lo stadio ‘Maracanã’ di Rio de Janeiro. E come circolare è la struttura dell’impianto sportivo, c’è una circolarità anche nella costruzione del film di Sergio Martino del 1984. Una commedia che intenzionalmente ammette di volare a bassa quota, mai rasoterra, forse per rappresentare da vicino le lievi debolezze dei suoi protagonisti. E se a farla da padrone è la figura dell’allenatore Oronzo, catapultato dalla provincia alla serie A, lo sfondo è popolato da un folto gruppo di comprimari, tratteggiati con un accenno di caricatura tale da renderli quasi autentici e credibili, come l’effetto nostalgia inevitabilmente liberato. Soffermarsi sulla figura di Mara, permette di assaporare a dosi ridotte quel senso di proiezione teneramente popolare verso l’ascensore sociale. Dal tentativo di darsi un tono in treno, alla luce dell’importante incarico del coniuge, alla divertente gaffe durante il pranzo nella festa per l’inizio della stagione della Longobarda, ripetendo in faccia allo sponsor Mosciarelli che «questa pasta è un orrore». A imprimere, tuttavia, una sfumatura ancora più caratteristica al suo personaggio, è quell’aura di ammirazione continua rivolta all’allenatore esperto e innovativo di quegli anni. Quel Niels Liedholm, scandito con accento piemontese, e accompagnato costantemente dall’espressione ‘barone’, proprio per valorizzarne la regalità, l’aplomb, il self-control. Tutti requisiti dei quali il marito Oronzo è carente e, proprio per questo, viene da lei bonariamente redarguito. In una trama, per esigenze di copione virata alla comicità, dunque trova posto un onesto spaccato di famiglia italiana con ruoli tendenzialmente definiti, e un tavolo da cucina pronto comunque a fare da centro di gravità permanente. Perché a prevalere è il concetto di accoglienza, e si aggiunge un posto a tavola anche per il duo di semi-truffatori, impersonati da Gigi e Andrea. Una casa dove le brevi pause fra le battute, sono riempite dalle note della chitarra del fuoriclasse brasiliano Aristoteles, del quale è invaghita Michelina, la figlia di Oronzo. Si gioca con gli stereotipi, dalla relazione della bella moglie del presidente con il capitano alla diffidenza verso lo straniero da parte dei compagni di squadra, dalla superstizione nel calcio al tentativo malriuscito di truccare una partita, dal giornalismo sportivo critico verso i debuttanti ai rapporti di forza nel calciomercato. Ma non si schiaccia mai l’acceleratore. Perché la bellezza di questo film con la ‘f’ dignitosamente minuscola sta proprio nella leggerezza che lascia intorno a chi non smette di guardarlo, nonostante il tempo. A dare una particolare coloritura alla narrazione, c’è proprio l’attrice di Moncalieri della quale, lo scorso martedì 27 novembre, nella chiesa degli artisti di Roma, si sono celebrati i funerali. Non si sa se ‘L’allenatore nel pallone’ in futuro riceverà qualche riconoscimento. Eppure, qualora l’attempato mister Oronzo dovesse tornare in panchina a raccogliere un nuovo piccolo successo personale e professionale, dietro quel risultato sarà innegabile il contributo della signora Mara.

Giuseppe Malaspina