Il contributo di Gigi Radice al calcio moderno

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Chissà se i giovani estimatori di allenatori come Jürgen Klopp e Josep Guardiola, sono consapevoli che ogni cambiamento dei tempi, attraversa i suoi passaggi. E che perfino un ambito come la gestione tecnica e tattica di un gruppo di giocatori da mandare in campo, risente delle fasi storiche nelle quali finisce per insistere. Spetterà poi a ogni interprete di tali fasi, assorbirne lo spirito e tradurlo in pratica a modo proprio, impiegando il potenziale a sua disposizione. Liberandoci dal fardello delle parole, che talvolta appesantiscono tutto rispetto all’agilità delle azioni, anche l’Italia calcistica ha conosciuto le sue trasformazioni. E gli allenatori che le hanno sapute cavalcare, hanno dimostrato che anche con un’idea visionaria e un ristretto collettivo di calciatori, si può guadagnare l’appellativo di rivoluzionari. Lo studio quasi maniacale della realtà è un requisito indispensabile, ma non sufficiente. Il resto è un mix di coraggio, esperienza e intuizioni. Poco importa se i risultati alla fine non arriveranno, talvolta la bellezza più irraggiungibile si sublima nell’incompiutezza. Eppure, ci sono dei traguardi insperati che raccontano tanto dei loro autori, soprattutto se si guarda alle condizioni di partenza di quei progetti. Mister Luigi Radice, per tutti Gigi, è probabilmente un abitante di quel mondo. Sospeso a metà fra l’antico e il moderno, come il periodo a cavallo fra anni Settanta e Ottanta del secolo pallonaro precedente. Un Novecento sportivo ormai proiettato ad abbandonare la ruvidezza delle marcature a uomo, ma non ancora in grado di concepire il salto nel buio del gioco a zona. Comincia pertanto a soffiare una sorta di corrente di mezzo, ispirata dal fascino orange della Nazionale olandese che nell’arco di due Mondiali colleziona due secondi posti nel podio, dispensando perle di gioco corale che mai si erano viste prima, ma arrendendosi sempre in finale. In Italia, fra gli interpreti della cosiddetta zona mista, ci sono Giovanni Trapattoni, allenatore della Juventus e appunto Gigi Radice, alla guida del Torino. Ma se il Trap da Cusano Milanino poteva contare su una corazzata, l’allenatore granata ed ex difensore del Milan approda sulla panchina del Torino, trovando una squadra che non appare ai livelli di quando era chiamata Grande. Non ci sono fari come Valentino Mazzola, o stelle come Gigi Meroni. Nella stagione d’esordio di Radice, quella 1975/76, sono appena stati ceduti Angelo Cereser detto ‘trincea’ al Bologna, il centrocampista Aldo Agroppi al Perugia, mentre lo storico capitano Giorgio Ferrini chiude la carriera. Fra gli osservatori predomina lo scetticismo, ma mister Gigi riesce gradualmente a imporre il suo gioco. Assembla una squadra che fonde elementi tradizionali a sagge innovazioni, riuscendo a imprimere il concetto di pressing ad atleti, figli di un calcio all’italiana. Il portiere è l’acrobatico ‘giaguaro’ Giorgio Castellini. Difficile parlare di linea difensiva, perché la zona non si è ancora emancipata definitivamente dal catenaccio. Quindi come stopper c’è il roccioso Roberto Mozzini, supportato dagli interventi dell’elegante Vittorio Caporale in veste di libero. Un ruolo originariamente ricoperto da Nello Santin, poi dirottato da Radice nella posizione di terzino destro, a svolgere compiti di marcatore aggiunto. Sulla fascia sinistra, spazio invece a Roberto Salvadori, con licenza di spingersi in avanti in nome di quella libertà di azione di cui godranno i fluidificanti. La vera novità è forse nel centrocampo, con la compresenza di ben tre registi a presidiare la porzione mediana del tappeto verde. Al centro la sagacia di Eraldo Pecci, assistito a destra dal generoso Patrizio Sala e a sinistra dall’agile Renato Zaccarelli. A congiungere centrocampo e attacco, il ‘poeta’ ambidestro Claudio Sala, fascia di capitano al braccio e fascia destra da solcare a servizio dei compagni, serviti in area con precisi cross. A chiudere il cerchio i ‘gemelli del gol’, gli attaccanti Ciccio Graziani e Paolino Pulici, che a suon di gol spingeranno il Torino verso la vittoria dell’ultimo titolo. Perché il capolavoro tattico ideato ed elaborato da Radice condurrà appunto al settimo scudetto, quello dell’era post-Superga. Un’annata incredibile, sospesa appunto fra antico e moderno, dove all’approccio visionario del mister si sommano aneddoti che profumano di passato remoto. Come la storia del lavoratore Paolo, detto ‘Ramsey’, che si faceva ricevere da Gigi per suggerirgli la formazione. Un tifoso pittoresco e appassionato che diventa una specie di mascotte della squadra. L’allenatore si affeziona a lui e lo lascia ritornare. Forse in virtù di quegli equilibri che nel calcio si tende a salvaguardare, e che da fuori si chiamano superstizioni. Cronache oggi al limite del surreale, ma che s’intrecciano alla storia di un uomo di calcio che scompare all’età di ottantatré anni, intercettando la commozione e il ricordo di tanti addetti ai lavori che hanno avuto occasione d’incontrarlo lungo la propria strada. Perché il patrimonio tattico del calcio moderno deve tanto all’eredità lasciata da mister Gigi Radice.

Giuseppe Malaspina