Affinità-divergenze fra il profeta Sacchi e il comandante Sarri

Immagine dal profilo Instagram dell'hotel Perla Verde

Se figure come Gigi Radice hanno contribuito a intercettare i passaggi intermedi fra i cambiamenti del calcio, lavorando al massimo per valorizzare il potenziale a propria disposizione, vi sono anche coloro che si sono resi veri e propri artefici delle trasformazioni. Introdurre un nuovo modo di concepire il gioco nel campionato italiano rasenta la sfida del subacqueo, di colui che è alle prese con le complessità di un’immersione in apnea. L’impresa deve essere praticata dal fisico, ma tutto parte dalla testa. E di allenatori che sull’asse pensiero-azione hanno costruito le fondamenta di un’estetica calcistica della modernità, l’Italia fornisce un duplice esempio, dove le analogie vanno collocate nella diversità dei contesti. Il riferimento è alla filosofia di Arrigo Sacchi e a quella di Maurizio Sarri. Due nomi, il cui operato nelle panchine della massima serie insiste con quasi tre decenni di distanza. Eppure, al di là delle semplificazioni legate a fattori temporali, quantitativi e qualitativi delle rose allenate dai due mister, agli occhi degli osservatori più attenti è rintracciabile una sorta di continuità fra il 4-4-2 di matrice sacchiana e il 4-3-3 tanto caro ai sarristi. Intendiamoci, i numeri dei moduli non significano nulla se non sono accompagnati da una visione di gioco globale che ne traduca in prassi la formula. A questo proposito, studio maniacale e lavoro intenso in allenamento sono due ingredienti presenti sia nelle ricette del profeta di Fusignano che dell’ex bancario di Napoli. Che fra i due corra una stima reciproca, è testimoniato peraltro da una foto che li ritrae insieme, nell’hotel Perla Verde di Milano Marittima, in compagnia di un altro allenatore moderno come Josep Guardiola. Un riguardo che nasce da lontano, alimentato probabilmente da un’antica passione verso uno sport e dall’idea di lasciarne trasparire la bellezza più cristallina. Laddove il senso di attrazione suscitato dal cristallo è legato alla regolarità delle sue forme. Per quanto i confronti non siano mai completamente esaustivi, rappresentano comunque un’interessante chiave di lettura. Giova allora un utile raffronto, focalizzando l’attenzione principalmente fra il quadriennio 1987-1991 di Sacchi al Milan, e il triennio 2015-2018 di Sarri al Napoli. Due esperienze che tracciano il solco delle rispettive prime grandi occasioni, capitate nelle carriere di entrambi i tecnici. Quando Arrigo approda a Milano, ha alle spalle un curriculum maturato sui campi di Fusignano, Alfonsine, Bellaria, e sviluppato poi nella primavera del Cesena, nel Rimini, nelle giovanili della Fiorentina, fino all’approdo al Parma. Un percorso in salita, dai fanghi dalla Seconda categoria ai riflettori della serie A. Durante il viaggio, un periodo di sosta per lavorare nel calzaturificio del padre. Non un almanacco a riportarne le gesta da ex calciatore, perché il futuro commissario tecnico della Nazionale ha appena il tempo di capire che grinta e abnegazione da sole non gli avrebbero consentito di fare un salto più in alto delle squadre dilettantistiche dove tira i primi calci. Meglio darsi allo studio del gioco, assorbendo quanta più energia luminosa possibile da quell’Olanda che avrebbe incantato il mondo nella decade degli anni Settanta. Un’armonia corale di movimenti proietta il messaggio che una grande orchestra domina sul palcoscenico, prescindendo dal singolo solista. Spuntano dunque fuori i primi principi sui quali fondare la rivoluzione. Difesa in linea, pressing in ogni zona del campo e distanze ridotte fra i reparti. La fiducia della dirigenza rossonera agevola quindi il nuovo corso, che per articolarsi necessita di assimilare il relativo metodo di lavoro. Il perno della retroguardia è Franco Baresi, campione del mondo nel 1982 senza scendere in campo al Mondiale spagnolo. Libero dalle doti tecniche notevoli, ma evidentemente ancorato all’universo delle marcature a uomo. Gli aneddoti raccontano che Sacchi, per dirottarne il potenziale verso la futura galassia della difesa a zona, insista nel suggerirgli di osservare i movimenti tattici dell’oggi indimenticato Gianluca Signorini, giocatore che ebbe in rosa ai tempi del Parma. Del controllo del campo, soprattutto in fase di non possesso palla, e della linea immaginaria prodromica del fuorigioco, ‘Kaiser Franz’ diventerà un autentico direttore. E la sua immagine, già disegnata con la maglietta numero 6 che casca sui pantaloncini, si arricchirà del gesto consueto di alzare il braccio per chiedere ai compagni di salire e provocare l’off-side, al punto quasi da assurgere a icona. Un lavoro meticoloso e pesante che, in un certo senso richiama alla mente quello compiuto da Maurizio Sarri, quando arriva nella società partenopea, dopo la gavetta dei campi di provincia culminata con l’approdo a Empoli e una promozione in massima serie conquistata al secondo tentativo. Anche per lui, non c’è un passato da calciatore professionista. E ad ammettere quanto sfiancanti fossero i suoi allenamenti senza opposizione, è il centrale Kalidou Koulibaly. Che non esita a riconoscere di avere oggi, grazie ai suoi insegnamenti, un’altra visione del calcio. Già, la visione. Quel nuovo approccio globale che Sacchi imprime ai diavoli rossoneri, provando trasformare tutti in giocatori polivalenti, attenti alla palla e allo spazio, al compagno con cui interagire prima ancora che all’avversario. L’obiettivo da raggiungere, infatti, è che anche una squadra con un elevatissimo livello di organizzazione collettivo, possa prevalere su un’altra più dotata di classe nei suoi singoli elementi. Al cuore del centrocampo è collocato il cervello del meccanismo corale. Il profeta di Fusignano punta molto su Carlo Ancelotti, riuscendo a convincere il presidente Berlusconi ad acquistarlo. C’è un ginocchio malandato, ma la testa funziona e pensare in quella porzione di campo è essenziale per fare ottenere al gruppo prestazioni positive. Lo scudetto arriverà al suo primo anno al Milan. Il regista del centrocampo made in Sarri sarà invece Jorginho. Una fiducia conquistata non istantaneamente, alla luce del fatto che il neo-allenatore gli preferisce in partenza Mirko Valdifiori, già conosciuto nel periodo di Empoli. L’osservazione continua, tuttavia, lo conduce a rimescolare le carte, e l’italiano di origini brasiliane diventerà una pedina imprescindibile. Il coinvolgimento degli attaccanti, poi, nelle fasi di pressing, renderà innovativo anche il momento offensivo. Marco Van Basten rappresenterà il prototipo di centravanti completo sul quale fare affidamento in Italia come in Europa, ma la parabola del cigno di Utrecht sarà anche caratterizzata da una vulnerabilità alla caviglia tale da comprometterne numerose partite, e la stessa carriera. Sacchi si troverà così a dovere sfruttare i colpi di attaccanti come Pietro Paolo Virdis e Daniele Massaro, ma anche Graziano Mannari, e poi Marco Simone e Stefano Borgonovo, anche lui fra gli indimenticati. Il comandante Sarri, dopo avere valorizzato le capacità offensive di Gonzalo Higuaín, realizzatore nella stagione 2015/2016 di 36 reti in campionato, deve sopperire all’assenza generata dalla sua cessione nell’anno successivo. La decisione di impiegare il belga Dries Mertens come terminale offensivo centrale, peraltro con 28 centri nella corsa allo scudetto, si rivela azzeccata. E fornisce nuovi spunti di studio sul fenomeno del ‘falso nueve’ nel calcio moderno. Se l’opzione di partenza di questo curioso confronto fosse in funzione esclusiva della bacheca dei trofei conquistati, allora non avrebbe senso imbastire la riflessione. Eppure, se si prova a misurare l’apporto innovativo che tatticamente i due tecnici hanno inserito nel nostro gioco, non si potrà che convenire che il paragone poggia su una solida piattaforma. Dove gli schemi, o le idee, sopravvivono gerarchicamente agli uomini, con l’eccezione forse unica di un fuoriclasse come Diego Armando Maradona, apprezzatissimo da entrambi. Uomini comunque chiamati a svolgere delicati compiti di occupazione costante delle zone di campo, proposizione con verticalizzazioni e triangolazioni, aggressione degli spazi, movimenti senza palla, attenzione pedissequa alla sfera. E probabilmente tanto e tanto altro ancora. Infine, se ci si vuole soffermare su elementi di contorno, carpiti spesso dal giornalismo, esiste un campionario di dettagli intorno al quale individuare somiglianze fra i due. Dalla tendenza a rifuggire valutazioni che non siano tecniche dell’uno (penso alle parole di lode rivolte ai movimenti di Kevin De Bruyne agli ultimi Mondiali, mentre i cronisti dedicano i complimenti al talentuoso Eden Hazard, autore di un gol di pregevole fattura), all’avversione verso il politicamente corretto dell’altro. In mezzo, c’è anche la formale propensione di ambedue a indossare la tuta durante le partite, soprattutto l’Arrigo Sacchi commissario tecnico della Nazionale. Ma queste sono questioni di lana caprina. E autentici casi in cui l’abito s’impregna con il fare il monaco. Un monaco in tuta, fedele a una regola che suona più o meno, ‘Observa et labora’.

Giuseppe Malaspina