Le onde sinusoidali di una passione

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Nell’estrema semplificazione che associa all’emisfero sinistro la logica e a quello destro la creatività, chissà dove si colloca la percezione del calcio. Se esso, cioè, viene letto come un insieme di processi dinamici da osservare, verificare ed eventualmente applicare, oppure se la sua forza attrattiva pesca in quel senso di benessere che un’innata capacità espressiva riesce a esercitare. Se, banalmente, finisce per risiedere nel campo scientifico o in quello artistico. Le suggestioni del periodo natalizio suggeriscono l’azzardo di un elenco di risposte. Il calcio è una scienza perché alle spalle dell’eleganza e dei colpi pirotecnici di ogni fantasista, c’è sempre la fatica di un portatore d’acqua. Il calcio è un’arte perché un portiere che segna all’ultimo minuto di recupero è una stupenda forma di sovversione delle regole della logica. Il calcio è una scienza perché all’interno di ogni squadra, tutti i giocatori sono utili ma nessuno può essere definito indispensabile. Il calcio è un’arte perché a praticarlo c’era anche un genio della musica reggae come Bob Marley. Il calcio è una scienza perché senza ordine e disciplina, anche un talento indiscusso come Adriano  smette di essere un ‘imperatore’. Il calcio è un’arte perché volete mettere un cantore come Bruno Pizzul a narrare gesta che non trasudino poesia… Il calcio è una scienza perché talvolta la prosa della compattezza e dell’organizzazione in campo riesce a fronteggiare gli assalti di un gruppo blasonato. Il calcio è un’arte perché, a parità di equilibrio tattico e di livello tecnico, a spuntarla è la classe dei singoli interpreti. Il calcio è una scienza perché ogni volta che una matricola batte un club di richiamo, è sempre una prova di coraggio, abnegazione e lucida fiducia nei propri mezzi. Il calcio è un’arte perché l’estro di Hristo Stoičkov e di Yordan Letchkov rade al suolo la corazzata tedesca, a Usa ’94. Il calcio è una scienza perché l’alta tecnologia sta modificando preparazione atletica e approccio agli allenamenti. Il calcio è un’arte perché c’è bisogno, nelle telecronache, della stravaganza di un portiere come Jean-Marie Pfaff. Il calcio è una scienza perché nel cuore del centrocampo, a fare la differenza sono i pensatori. Il calcio è un’arte perché c’è stato Diego Armando Maradona. Il calcio è una scienza perché il talento di un calciatore brasiliano come André Cruz si completa con una duttilità, arricchita durante l’esperienza europea. Il calcio è un’arte perché i colpi di Shunsuke Nakamura hanno conquistato la città dello Stretto. Il calcio è una scienza perché occorre uno studio continuo e meticoloso per diventarne artefici dei suoi cambiamenti epocali di gioco. Il calcio è un’arte perché c’è stato un geniale quanto vulnerabile George Best. Il calcio forse è semplicemente una passione. E come tutte le passioni pesca nelle emozioni più profonde di ciascuno, ma necessita anche di essere coltivata con sapiente e lucida devozione. Ragione e sentimento, in un gioco di rimbalzi tutto da decifrare. Come una curva pazza che intercetta atmosfere, proprie ora dell’energia potenziale ora di quella cinetica. Un’onda sinusoidale che lascia in chi guarda, un effetto ottico di indecifrabile ebbrezza. Come il ritmo dei palleggi di Diego, dove non si riesce a capire se la palla rimane incollata alla testa per una legge della fisica. O per pura magia.

Giuseppe Malaspina