La quiete, nel cuore di un capodanno indimenticabile

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Dante Alighieri cita Cincinnato nel quindicesimo canto del Paradiso. Nel fluire di versi d’elogio verso la Firenze antica, il suo nome è menzionato come esempio di integrità, come uno dei diversi tasselli virtuosi di un tempo non più moderno. Al politico romano vissuto cinque secoli prima di Cristo, è attribuita la scelta di ritornare a lavorare nei campi, subito dopo un immediato trionfo in battaglia. La vita agricola come orizzonte sul quale continuare a condurre un’esistenza, soltanto inframezzata dall’obbedienza al senso dello Stato. E la terra come metafora della stabilità della prospettiva, attraverso la quale misurare il valore delle cose. Chissà se il filtro delle fonti storiche restituisce l’effettivo svolgimento della realtà. Quello che conta è che ogni grande impresa finisce per diventare piccola, se la si riesce a mettere a fuoco con la giusta dose di lucidità, dopo averla attraversata. Talvolta c’è bisogno di una camera oscura interiore per sviluppare la foto più bella. E per godersela nell’intimità di una stanza. Sia essa un gesto sportivo, la vittoria di una finale, la conquista di una coppa. Gaetano Scirea ha sollevato tanti trofei, senza mai ricevere un cartellino rosso. Eppure, al di là dei record statistici personali, è riuscito ad assecondare un’inclinazione che lo avvicina alla narrazione dell’esperienza di Cincinnato. Quella della placidità dopo la tempesta agonistica più entusiasmante della sua carriera. Ve ne è traccia nel libro dell’amico Dino Zoff, ‘Dura solo un attimo, la gloria’. C’è un passaggio seminato fra le pagine del testo scritto dal portierone storico della Nazionale, che racconta il dopopartita della finalissima di Spagna ’82. Protagonisti Dino e Gae, in silenzio, ad assaporare il gusto di quel successo calcistico. Nella compostezza che sublima tutto il furore di pochi istanti prima, mentre i compagni di squadra festeggiano fra rumore e confusione. Il silenzio della notte come catarsi, come purificazione dalle scorie di un duello epico vinto contro i rivali tedeschi, come momento irripetibile per cristallizzare la memoria più viva in uno scatto interiore. Oppure come semplice modo per rimettere in ordine i pensieri in un proprio spartito, dove l’inchiostro finalmente s’asciuga dopo tanto olio di gomito profuso. Mi piace navigare con la mente in tali atmosfere, sospinto dalla figura di un giocatore, Gaetano Scirea, del quale ho un ricordo vago per motivi chiaramente anagrafici. Conservo di lui le uniche ed esclusive immagini della pienezza di una gioventù sportiva, levigata in campo a forza di recuperi fulminei e proiezioni in avanti. Annoverato fra i migliori difensori del suo ruolo insieme a Franco Baresi. Eppure, se ‘Kaiser Franz’ rappresenta il prototipo del libero moderno, ma con radici che affondano nella difesa all’italiana, per il numero 6 bianconero sembra quasi valere la regola opposta. Un calciatore che agisce in un contesto all’antica, ma dotato di un fiuto naturale verso la modernità. Divagazioni tattiche e tecniche a parte, la mancanza di Gaetano da Cernusco sul Naviglio, scomparso tragicamente in un incidente stradale nella frazione polacca di Babsk nel settembre del 1989, si sente in maniera particolare nel contesto calcistico contemporaneo. Lo spunto per farne cenno è legato al docufilm in due puntate su Sky, ad opera di Federico Buffa, dal titolo ‘La classe nel silenzio’ e ‘Libero nell’universo’. Un’assenza che sottrae il mondo del calcio, e tutto il suo corposo contorno, di quel senso di riflessione che avvolge ogni contesa. Sia nella fase dell’approccio a una sfida, che in quella successiva al suo esito. Una filosofia che sembra fatta apposta per ridare ossigeno a ogni intenso momento di apnea. Sia essa vittoria insperata, o sconfitta bruciante, ogni capodanno scintillante brilla sempre di uno splendore artificiale. Niente a che vedere con la bellezza della luce di un tramonto che lo precede. O di quella di un’alba che, fedele, lo segue.

Giuseppe Malaspina