Cinquantasei sfumature di gol dal dischetto

Come si abbraccia la carriera da calciatori? Quanto è lunga la distanza fra l’astrattezza di un sogno coltivato da bambini e la concretezza del professionismo? E il luogo dove si cresce, in che misura condiziona il miglioramento delle proprie qualità? Occorre che s’incontrino talento e opportunità, ripeterà qualcuno. Certamente, ma allora calciatori si nasce, o ci si diventa? La storia di Marek Hamšík prova a rispondere alla genericità di queste domande, con la specificità di un’esperienza a tratti irripetibile. Un percorso in salita, raccontato in prima persona nell’autobiografia ‘Marekiaro’ che, spostando le coordinate geografiche dai piedi dei Carpazi alla vita nel Belpaese, accompagna il lettore sul proprio cammino di maturazione sportiva. Pagina dopo pagina, ho seguito anch’io i passi di questo cammino di crescita, nel corso di un viaggio notturno in treno dall’Emilia Romagna alla Calabria. E mentre la lucina fioca del compartimento illuminava le linee d’inchiostro come fossero zolle di campo da occupare nell’arco di un’intensa partita, l’impressione era che si materializzassero sulla copertura del finestrino alcuni spaccati di vita di questo giovane atleta. L’aggettivo ‘giovane’ non è casuale perché il ritratto disegnato dal libro restituisce un’idea di giovinezza vissuta nella maniera più piena. Laddove le rinunce che si fanno da più piccoli si traducono in arricchimenti futuri, talvolta perfino inaspettati. Alla base del successo calcistico di Marekiaro, ribattezzato così all’ombra del Vesuvio, c’è indiscutibilmente una dote naturale. Fiutata e sospinta dal nonno e dal papà in Slovacchia. Eppure, a rendere realtà un qualcosa di meramente potenziale, è il lavoro costante di perfezionamento al quale Marek si sottopone. C’è una disciplina interiore che traspare fra le righe di un testo, articolato intorno a una quotidianità fatta di abitudini semplici, e che sembra suggerire di non limitarsi a lasciarsi trasportare dalle correnti. Anche se classe e fatica hanno contribuito alla conquista di un ruolo in campo, mai sedersi su quella posizione guadagnata. Ma lavorare ancora per crescere e sentirsi padroni di più zone del terreno di gioco. Da interno a mezz’ala, da rifinitore a regista arretrato, ampliando in modo esponenziale la propria visione in campo. Questo rigoroso approccio alle cose, in funzione di una crescita professionale, è bene esemplificato attraverso un episodio che Hamšík descrive in un capitolo. Si parla del rapporto con il gol del centrocampista, appena diciottenne a Brescia. Per convincere l’allora allenatore delle rondinelle Rolando Maran a essere considerato nella lista dei rigoristi, Marek si allena fino a sera con i tiri dal dischetto. Un esercizio a tratti estenuante che tuttavia gli vale la promozione fra i tiratori dei penalty. A persuadere definitivamente il mister, è la circostanza capitata di averne messo a segno cinquantasei consecutivi. Ho scelto questo passaggio del libro per rimarcare il fatto che anche dietro la conquista di una fascia da capitano, ci sia un livello di abnegazione visibile ai propri occhi e a quelli della comunità dove si lavora. Certamente, i calciatori non saranno mai dei robot. Eppure, la costruzione di una squadra non potrà prescindere dalla capacità di coloro che sono in grado di leggerne le armonie. E la serenità apparente che il numero 17 partenopeo ha trasmesso al gruppo del Napoli, ne ha consentito un percorso da protagonista per più di undici stagioni. In mezzo a record legati alle presenze e alle reti nel club, anche l’aver reso avvincente la sfida scudetto contro la Juventus nello scorso campionato, all’interno di un gruppo allenato da Maurizio Sarri e votato decisamente alla bellezza. Verso l’allenatore, oggi in forza al Chelsea, da parte di Hamšík c’è spazio per un profondo riconoscimento. E per la riflessione che il suo metodo ha contribuito a farlo crescere quando pensava di non possedere più margini di miglioramento. L’ultima tappa del viaggio è legata a mister Carlo Ancelotti, e a una telefonata. Per il resto della storia da scrivere, la palla passa al campo.

Giuseppe Malaspina