L’intensità di un secolo dentro un quarto d’ora

Immagine dalla pagina Facebook 'Torino Football Club'

I libri, le riviste, gli articoli. La carta e l’inchiostro. Il tempo che i cronisti hanno speso per raccontare le gesta del calciatore italiano più iconico della storia, sabato scorso ha oltrepassato un ennesimo capoverso. Già, perché Valentino Mazzola da Cassano d’Adda, se fosse ancora in vita avrebbe compiuto cent’anni. A pensarci bene, i traguardi numerici non significano nulla. In un certo senso, rappresentano un modo per ingannare l’effimero verso cui tutti siamo destinati. Eppure, se vogliamo scovarci per forza qualcosa, forniscono una sorta di gratuito promemoria. Ci offrono il pretesto per coltivarla ancora, quella memoria che solo a pronunciarla sa di antico, ma in realtà è un’azione perennemente contemporanea. Che il capitano del Grande Torino fosse un patrimonio del calcio da tempo ormai secolare, era già comunque realtà. A conferire ‘immortalità’ alle vittime di Superga, hanno provveduto i campi da calcio che hanno ospitato le loro gesta sportive, gli occhi degli addetti ai lavori, le emozioni degli spettatori, sia tifosi che avversari. E allora, perché continuare a parlarne, perché sottolineare la bellezza di una squadra e di un capitano che ormai non ci sono più da quasi settant’anni… Io sono nato tre decenni dopo la tragedia di Superga e di Valentino e di quella formazione che in due generazioni prima della mia recitano come un inno alla gioia, ho solo frammenti ricostruiti. «Bacigalupo-Ballarin-Maroso-Grezar-Rigamonti-Castigliano-Menti-Loik-Gabetto-Mazzola-Ossola», il tempo di scandirli tutti per disegnare un’onda perfetta. Una stupenda incompiuta che, seppur vincendo cinque scudetti consecutivi, non riesce a spedire i suoi eroi in Nazionale a giocarsi un Mondiale, complici la guerra prima e il disastro aereo dopo. Neppure le riserve, come il talentuoso Rubens Fadini da Jolanda di Savoia, o il mediano Danilo Martelli da Castellucchio, sfuggono alla dolorosa sorte. Il rischio, tuttavia, è che l’elemento estremamente celebrativo della cronaca sportiva tenda a mitizzare la storia, e a descrivere quei personaggi del Grande Torino come una categoria lontana di supereroi. Invece, la loro forza stava proprio nell’essere profondamente umani. A riprova, per il caso di Valentino, c’è la sua innata capacità di recupero. Ne è testimonianza un derby datato 24 ottobre 1948. Sul punteggio di 1 a 1, con rete di Franco Ossola e autorete di Aldo Ballarin, un’occasione capita ai piedi del bianconero Giampiero Boniperti. Lanciato da un compagno, la bandiera juventina tira spiazzando Valerio Bacigalupo. La palla sembra entrare nel sacco quando ecco materializzarsi la figura del numero 10 torinista che, con il tacco, riesce a deviare la traiettoria del pallone. È lo stesso Boniperti in una successiva intervista a ricordare la sequenza, aggiungendo peraltro di avere alzato le braccia per esultare poco prima del salvataggio. L’azione comunque prosegue e l’indomito Mazzola, dopo uno scambio con Ezio Loik, sigla il 2 a 1 finale. Dal baratro alla conquista, dalla resa alla riscossa. Pescare il guizzo da una situazione di buio, e crederci inseguendo un minimo spiraglio di luce, fino a farlo diventare un bagliore luminoso. Forse sta in questo, il segreto del ‘quarto d’ora granata’. Quel momento in cui il semplice gesto artigiano di rimboccarsi le maniche diventa un sipario per l’artista che è pronto a irrompere. Artista e artigiano saldati in un unico corpo. L’ostacolo che diventa gradino per partire al contrattacco. La tangibilità della materia e l’imprevedibilità dell’idea. Ecco, coltivare il Valentino Mazzola che è in noi, è un modo per ricordare un meccanismo tanto semplice quanto doveroso di essere ripetuto. E per rendere un omaggio a un uomo che l’aveva capito tanto tempo fa.

Giuseppe Malaspina