L’ipotetica evoluzione della difesa della Nazionale

Immagine dal profilo Facebook di Armando Izzo

Se i meccanismi del calcio moderno mutano nel cuore del centrocampo, un inevitabile cambio di attitudini si registrerà anche negli altri reparti. Chi si dice favorevole a un gioco offensivo, non può non convenire che l’attacco comincia ad articolarsi proprio dalla difesa. Coloro che poco più di due decenni fa erano asfissianti centrali difensivi, magari poco avvezzi al palleggio e alla proiezione in avanti, e predisposti a una stretta marcatura a uomo, oggi rappresentano un ricordo sbiadito nelle squadre che fanno dell’estetica corale il loro perno. Un’estetica che passa attraverso un necessario mutamento di riferimenti, pur nella conservazione del bagaglio tecnico assorbito nei primi anni di gioco. Fra i nuovi principi cardine, il monitoraggio costante della posizione della palla rispetto a quella degli attaccanti avversari, da parte delle retroguardie. Non una novità in senso assoluto, se si considera il modo di impostare la linea difensiva a zona nella fase finale degli anni Ottanta, ad opera di chi disinnescava con il fuorigioco le incursioni rivali, attraverso un movimento sincronico dei difensori. Ma un ennesimo tassello al contributo di quel calcio totale che, dalle teorizzazioni orange degli anni Settanta, culminate con due secondi posti ai Mondiali, periodo dietro periodo ha finito per farsi strada nella contemporaneità. Così il difensore moderno è chiamato a compiti più diversi, e a interfacciarsi con sempre maggiore frequenza, con gli altri compagni di squadra. Non ultimo, il playmaker situato al cuore del centrocampo e funzionale allo smistamento rapido di palloni. Focalizzando l’attenzione sul centrocampo azzurro, si è assistito a un’evoluzione del ruolo del regista arretrato. Dalla visione di gioco di Andrea Pirlo alla velocità di pensiero di Jorginho. Perché allora non individuare un nuovo interprete della difesa, con caratteristiche tecniche e tattiche tali da dialogare con il vertice basso della mediana? L’ultimo stage promosso da Roberto Mancini, ct della Nazionale, ha evidenziato la chiamata, fra gli altri, di Armando Izzo del Torino. Il difensore granata, in effetti, potrebbe rispondere all’identikit del centrale polivalente del futuro. Dotato di buoni fondamentali, è in grado di giocare in una difesa a tre o a quattro. Veloce e provvisto di uno spiccato senso della posizione, possiede un’aggressività che si traduce più nell’uso del fioretto che della scimitarra per neutralizzare gli avversari. Inoltre, la sua sensibilità verso l’aspetto tattico potrebbe servire a fare assorbire al gioco della Nazionale la priorità del riferimento della palla, rispetto a quello dell’avversario. Ventisei anni e un passato che dall’Arci Scampia porta a Torino. In mezzo, Napoli, Triestina, Avellino e Genoa. Il suo apporto, salendo al momento giusto per occupare gli spazi e rosicchiarli agli avversari, sarebbe guidato dalla quantità e impreziosito dalla qualità. Perché una delle cose che ho capito del calcio moderno è che un gioco collettivo di fraseggi corti, oltre a essere vivace e interessante da vedere, disorienta la squadra rivale, le sottrae punti di riferimento, e agevola il rovesciamento di gerarchie di blasone. In questo senso, è però condizione necessaria che l’elemento più tecnicamente elegante si metta al servizio del gruppo, capisca che tenere troppo palla possa essere controproducente, corra in fase di non possesso, e dia priorità alla quantità, prima ancora che alla qualità. Un compito polifunzionale che coinvolge ogni giocatore, pur nella diversità del ruolo. Ma, in questo senso, l’umiltà del centrale difensivo napoletano non sembra essere un problema.

Giuseppe Malaspina