Rassegnatevi, il calcio ha bisogno di bellezza

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«Tu per sempre l’amerai e lei per sempre sarà bella». Prendo in prestito il passaggio dell’Ode su un’urna greca di John Keats, per scrivere un pezzo dettato da una domenica di metà febbraio. Potrei dire di scrivere con la pancia, anzi con le viscere, con l’emotività di chi non riesce a restare insensibile al richiamo del calcio. Ma non sarebbe del tutto vero perché, in fondo, fra passione e razionalità c’è un sottile ma resistente legame. A fornirmi il pretesto per un articolo potrebbe essere la prestazione opaca della mia Reggina, uscita sconfitta dalla sfida con il Francavilla. Oppure, il cammino verso i playoff sempre più in salita, in attesa del prossimo match contro la Juve Stabia e, soprattutto, della penalizzazione in classifica. Se volessi estendere il ragionamento a quanto di più emozionante il calcio ha prodotto negli ultimi anni, quel ‘sarrismo’ meravigliosamente entrato nelle pagine dell’enciclopedia Treccani, anche il ciclo azzurro del Napoli, che ne ha rappresentato il veicolo più fiammante e rappresentativo, oggi non sembra più provvisto, se non per brevi e improvvise scintille, di quei principi che ne hanno definito l’identità. La partenza del comandante, seguito da Jorginho, a fine stagione scorsa, e adesso il saluto di Marek Hamšík, hanno provocato un crollo di aspettative nei tifosi che non può non tradursi in un’urgenza di recupero della bellezza. Di quella bellezza evocata proprio dalla poesia di Keats. Quella che non si limita a depositarsi superficialmente sulla contingenza delle cose, ma le pervade da dentro. Quella impregnata di «melodie ascoltate» che «sono dolci», ma «più dolci ancora sono quelle inascoltate». Quella propensione di «un amante audace» che sfiora l’amata senza riuscire a baciarla, ma non perde la forza che lo proietta verso di lei, in un girotondo che insegue la circolarità dell’urna. Dove altri versi ammoniscono: «non lamentarti se la gioia ti sfugge, lei non potrà mai fuggire. Tu per sempre l’amerai e lei per sempre sarà bella». Una bellezza che i tifosi di una squadra ‘grande’ probabilmente faticheranno a riconoscere. Quelli di una piccola, no. Perché la bellezza di un gol nitido nella sua costruzione e realizzazione, rimarrà immutata ai loro occhi, nonostante venga disinnescato dalla tecnologia e dalla giusta applicazione del protocollo. Ogni riferimento alla rete virtuale dello spallino Mattia Valoti contro la Fiorentina, è puramente voluta. Come figlia di una ricerca voluta è l’autenticità dell’esultanza del suo autore, corso ad abbracciare il fratellino raccattapalle, in nome di una gioia interiore che nessuna decisione arbitrale riuscirà ad annullare. A fare una carezza sull’umore biancazzurro, provato da questo amaro weekend calcistico, è la prodezza sportiva di un ex capitano, nell’ultimo turno cadetto. Il centrocampista dello Spezia Luca Mora, nel corso del primo tempo della partita contro il Verona, fiuta una palla alta vagante nell’area di rigore avversaria. Il tempo di coordinarsi, per lasciare scoccare una rovesciata che sorprende portiere e retroguardia scaligera. Il gesto tecnico varrà un gol per lo Spezia, ma il risultato finale di 1 a 2, segnerà una sconfitta per il proprio club. L’ode alla bellezza troppo spesso finisce per coincidere con la spigolosità della contingenza. E a volte verrebbe voglia di vederla frantumata, quell’urna greca. Non fosse altro, per osservare finalmente il frammento che raffigura l’amante audace catturare la lei che fugge. Ma sarebbe il trionfo dell’accidentalità. E l’ennesima riprova di quanto è urgente il bisogno di bellezza che abbiamo nel calcio, e in tante altre situazioni della vita.

Giuseppe Malaspina