Un paio di altre cose sul sarrismo

Immagine dal profilo Facebook ufficiale del Chelsea Football Club

Dall’entropia del singolo all’armonia del gruppo. Quando mi capita di osservare le dinamiche delle squadre allenate da Maurizio Sarri, non posso fare a meno di ragionare per insiemi. Sono degli insiemi i calciatori stessi, presi cioè individualmente con il loro patrimonio tecnico, atletico, motivazionale e infine di apporto tattico alla squadra. Ed è appunto insieme il team, che non si limita a essere una somma di singoli elementi. Ma, se acquisisce omogeneità partita dopo partita e allenamento dopo allenamento, finisce per diventare quasi un’unica entità. La portata innovativa del calcio di Arrigo Sacchi tracciò una linea rivoluzionaria nel calcio moderno di casa nostra, che l’attuale allenatore del Chelsea cercò di attualizzare nelle squadre in cui si è trovato a operare. Il gioco spumeggiante intravisto a Empoli, e poi apprezzato a Napoli, sono serviti a porre in essere alcuni principi, dai quali ogni estimatore dell’estetica del calcio, che non si limiti esclusivamente ad applaudire un virtuosismo o a gioire di un risultato utile dopo un match condotto di rimessa, non può non tenere in considerazione. Uno degli aspetti sui quali mi piace indugiare, soprattutto alla luce della finale della Coppa di Lega inglese, persa ai rigori dal Chelsea contro il Manchester City di Josep Guardiola, è proprio legato ai movimenti corali. La sfida andata in scena ieri pomeriggio a Wembley, ha messo di fronte due compagini tatticamente proiettate verso un approccio che incarni tale filosofia. E la stessa constatazione del tecnico napoletano a fine gara, soddisfatto della prestazione dei suoi e del fatto che la partita giocata abbia ricalcato quanto era stato preparato nella giornata prima, lascia pensare che il metodo di gioco necessita di un cantiere sul quale poggiare. Uno degli elementi più sottili da cogliere di questo metodo, che a occhi superficiali è qualcosa di paradossale, è che l’elemento più tecnicamente dotato del gruppo deve mettersi al servizio della squadra, arrivando a sintetizzare al minimo il tempo di gioco con la palla al piede, e dialogare in maniera sempre più frequente con i compagni. Una sorta di labor limae su se stesso, che richiede un’importante opera di riacquisizione dei fondamentali, oltre naturalmente a un profondo contributo di umiltà. Uno, due, al massimo tre tocchi alla palla, e poi lo scambio con un compagno, per evitare di diventare un punto di riferimento per gli avversari. In questa chiave, un fantasista talentuoso come Eden Hazard, abituato al dribbling e alla serpentina nei pressi dell’area, soffre di più nel reimparare la costruzione di un’azione pericolosa. Eppure, nella finale di ieri, quando al sessantaseiesimo minuto, lanciato da William, si è rapidamente disimpegnato della palla per servire l’accorrente N’Golo Kanté, ha contribuito non poco alla pericolosità offensiva dei Blues. Quando invece ha assecondato l’istinto del solista che è in lui, è stato arginato dalla compattissima retroguardia dei Citizens. Ecco, una critica che potrebbe essere mossa alla logica del sarrismo, termine peraltro entrato a pieno titolo nella Treccani, è che tenderebbe ad annacquare la qualità del giocatore più elegante in nome di una sorta di ragion di squadra. In realtà, a parte l’emblematico caso di fantasia al potere di Diego Armando Maradona, davanti alla creatività del quale non c’è tattica che tenga e infatti sia Sarri che Sacchi ne nutrono una fortissima ammirazione, il giocatore con il bagaglio tecnico più rilevante, nel gruppo non vedrebbe diluito il proprio valore. Anzi, darebbe ad esso una svolta ben più pragmatica, sacrificandone l’aspetto più scenografico ma canalizzandone l’incisività in un meccanismo dalla dimensione più ampia. Quella appunto della squadra. In questo ambito, inoltre, aggettivi come ‘duttile’ riferiti a calciatori che, in tale concezione di gioco, andrebbero a ricoprire ruoli diversi da quelli consueti, non sarebbero episodi incidentali. Ma esempi funzionali a un’idea di calcio che intende eliminare punti di riferimento prevedibili per gli avversari. Un calcio, dove misurarsi simultaneamente con molteplici fattori variabili. La posizione dei compagni di squadra, quella dei calciatori rivali, la linea della palla. E la partita di ieri, al netto degli errori dal dischetto e di momenti di nervosismo come la sostituzione non riuscita del portiere Kepa Arrizabalaga apparentemente infortunato, considerando la completezza tattica del Manchester City, è stata condotta assecondando i principi di cui sopra. Per tutti gli altri osservatori, probabilmente sarà ancora una volta un trofeo non guadagnato.

Giuseppe Malaspina