Il capolavoro tattico dell’Ajax non è figlio del caso

Immagine dal profilo Facebook dell'Afc Ajax

Se per i blancos del Real Madrid, la notte di martedì 5 marzo verrà archiviata come un incubo calcistico, è altrettanto vero che l’impresa sportiva dei lancieri di Amsterdam non può essere letta come semplice frutto di una contingenza. Lo spumeggiante gioco collettivo, mostrato peraltro anche nel turno di andata della doppia sfida di Champions League, poggia infatti su un’acquisizione e una pratica di equilibri che definire rodate è riduttivo. Difficile trovare fra le valutazioni dei giornalisti sportivi sui calciatori agli ordini mister Erik ten Hag, un seppur minima critica nei confronti di una qualsiasi fra le pedine in campo. Probabilmente, perché le armonie del gruppo hanno finito per valorizzare le abilità dei singoli più dotati tecnicamente. Un confronto impietoso, se ci si sofferma sul risultato, fra una squadra che nel bene o nel male ha fatto leva sulle proprie individualità e ne è rimasta schiacciata, e una che invece ha spinto sui fraseggi rapidi e sul dialogo costante fra i suoi esecutori, al punto di vincere e convincere. In questo senso, risulta interessante una breve analisi degli schemi adottati, per comprendere in che misura la vittoria e il passaggio del turno siano stati cercati. L’allenatore olandese, che ha studiato alla scuola di Josep Guardiola, ha costruito un dinamico 4-3-3, che si è contrapposto all’omologa armata madrilena, allenata da Santiago Solari. Davanti al portiere André Onana gravitavano come difensori centrali il giovane capitano Matthijs de Ligt e l’esperto e poliedrico Danny Blind. La linea della retroguardia biancorossa si completava ai suoi estremi con Noussair Mazraoui a destra e Nicólas Tagliafico a sinistra. I due esterni hanno svolto un importante lavoro sulle fasce, agendo quasi sincronicamente come i pedali di una bicicletta. Affondando cioè prevalentemente in avanti per sviluppare sortite offensive il primo, e ripiegando all’indietro in copertura con maggiore frequenza il secondo, apparso ben più lucido dell’evanescente alter ego dell’ultima edizione dei Mondiali. L’elemento sul quale è stata eretta la chiave di volta dello schema ajacide, alla luce della diga nemica, è stata la linea mediana. Due uomini ai vertici bassi del centrocampo, il maturo Lasse Schøne e il moderno Frankie de Jong. E una porzione di tappeto verde apparentemente ampia, che invece è stata riempita alla perfezione. La vera intuizione, in grado di determinare una concreta superiorità sui rivali, però riguarda la posizione del centrocampista Donny van de Beek. Un centrale, provvisto di quella ‘visione di gioco 2.0’, che oggi è sintetizzata dall’espressione ‘velocità di pensiero’. E che consente a un centrale dalle spiccate attitudini difensive, a spostare in avanti il baricentro del team, disorientando avversari blasonati come i galácticos, proprio per la sua capacità di raccordo con la trequarti, dietro l’attaccante di riferimento. Per comprendere il suo prezioso e oscuro lavoro, basta osservare l’azione che porta al gol del fantasioso Dušan Tadić. E seguire la tentata triangolazione fra van de Beek e Tagliafico. Una geometria che non si chiude per l’intervento di un difensore rivale. La palla ritorna rapida sui piedi del biondo numero 6 che, con un tocco di prima, serve dall’altro lato il serbo che si era appena liberato. Gol da ovazione per lui, ma il merito in fase di costruzione è proprio di van de Beek, e della sua velocità di pensiero. A terminare la formazione, un tridente composto da destra verso sinistra da Hakim Ziyech, Dušan Tadić e David Neres. Nessuna prima punta in senso stretto, ulteriore fattore di destabilizzazione della difesa altrui. Ecco, la lezione impartita dall’Ajax nasce dalla sottrazione di riferimenti per le marcature avversarie. Oltre, naturalmente, dalla ricerca costante dell’assist e dello scambio fulmineo. La giocata di classe non è bandita del tutto, ma protetta in un meccanismo corale che ne valorizza l’intuizione episodica. Eppure, come le dinamiche del sarrismo insegnano, nessun segmento del flusso è affidato al caso. E così, anche la compagine meno quotata, riesce a espugnare uno stadio come il Santiago Bernabeu.

Giuseppe Malaspina