Quella passione per un gioco senza tempo

Immagine dall'illustrazione di Andrea Castellani, nel libro 'Maradona, El Pibe de Oro'

Nell’approcciarsi alla figura del più forte calciatore di tutti i tempi, c’è una dimensione che curiosamente non è stata esplorata con frequenza. Quella del Diego bambino. In effetti, a pensarci bene, all’origine del genio del calcio che tutto il mondo ha imparato a conoscere, c’è una passione coltivata fra i campetti polverosi di Villa Fiorito, il quartiere dove è cresciuto da piccolo. A declinare in immagini e parole quel tratto di flusso biografico, rendendolo flusso narrativo, è un libro della collana ‘Grandissimi’, edita da El. Fra gli scaffali di una libreria specializzata in prodotti per l’infanzia, ho scorso così ‘Maradona, El Pibe de Oro’, I testi a cura di Igor De Amicis e di Paola Luciani, sono accompagnati dalle illustrazioni di Andrea Castellani. Una narrazione smussata nelle sue angolature in funzione del pubblico di riferimento, e che procede a ritroso per flashback, dalla partita d’addio al calcio. Baricentro di tutto, un virgolettato del Pibe che recita «Potevo anche trovarmi a una festa di gala vestito di bianco, ma se avessi visto arrivare un palone infangato l’avrei stoppato con il petto». Nessuna rivelazione da comunicare, ma una testimonianza di semplicità che fa da perno a una carriera, a uno stile di vita. Un gioco al quale non si riesce a dire di no, fin dai tempi in cui a invitarlo erano i piccoli compagni delle strade di Buenos Aires. Poi arriveranno i confronti con giocatori blasonati, le sfide internazionali, le conquiste di trofei. E la rappresentazione di quella piccola sagoma riccioluta, con il numero 10 sulle spalle, finisce per diventare l’interruttore con un mondo di ricordi. Nel mio caso, un varco d’accesso a lontani pomeriggi con la radiolina alle orecchie. O a serate davanti a un piccolo televisore, con uno schermo tutt’altro che piatto. Ecco allora materializzarsi un segmento di quel flusso, narrativo e biografico insieme. Lo scenario è il Neckarstadion di Stoccarda, nel match di ritorno di Coppa Uefa della stagione 1988/89. Il secondo gol del 3-3 finale, che consentirà al Napoli la conquista del trofeo, arriva da un pregevole tiro al volo di Ciro Ferrara. L’assist, neanche a dirlo, arriva da un guizzo di Diego, stavolta con la testa. Nel tripudio generale che segue il triplice fischio, Maradona cerca il suo amico con la maglia numero 2, che sta piangendo per la gioia in una zolla di campo. Senza farselo ripetere si china di fronte a lui, e lo avvolge in un abbraccio che non necessita di spiegazioni. Un gesto da fratello maggiore che si salda nella mia memoria di bambino di dieci anni non ancora compiuti, e che riesco a ritrovare sottoforma di illustrazione, fra le pagine di un libro d’infanzia. Come una foto senza didascalia, perché i varchi d’accesso verso le emozioni non hanno bisogno di chiavi per mettersi in moto. Basta coltivare il bambino che è in ognuno di noi. E lasciarlo libero di correre, di giocare, di abbracciare un amico.

Giuseppe Malaspina