La disciplina di Saul Malatrasi

Certe maglie di calcio ti si cuciono addosso come una seconda pelle. L’alchimia che contribuisce a creare la ‘saldatura’ nasce probabilmente dalla concomitanza di più fattori. Il rapporto con la città, il legame con la tifoseria, il sentire la presenza di sé in quel determinato luogo come funzionale al proprio posto nel mondo. Poi, la linea di una carriera sportiva può mutare la sua traiettoria. Capita di cambiare città, di nutrire ambizioni nuove, di essere ingaggiato da grandi club e magari di conquistare trofei importanti. Eppure, quella passione della quale scrivevano Eduardo Galeano e Osvaldo Soriano, quel senso impalpabile di felicità associata a un pallone che ciascuno materializza nei colori e nella stoffa di una casacca, ti accompagnerà per tutta una vita, se conserverai il fiuto di riconoscerla. Varcate da un mese le ottantuno primavere, Saul Malatrasi continua a respirare calcio. Il suo percorso di difensore, duttile e vincente in ambito nazionale e internazionale, è un tripudio per i cultori di Wikipedia. Dalla sua Calto, nel territorio rodigino, al biancazzurro di Ferrara e della Spal. Un trampolino propulsivo fin dai tempi delle giovanili, che lo porterà a giocare in squadre come Fiorentina, Roma, Inter, Lecco e Milan. A Milano, in ambo le sponde, vincerà scudetto, Coppa dei Campioni e Intercontinentale, stabilendo un curioso record tuttora imbattuto. Una simmetria grafica di successi che quasi ne ricalca ordine e senso tattico mostrati quando giocava. La mia occasione per rivederlo è fornita dal St. Patrick’s day party, promosso dalla Curva Ovest Ferrara, nel pomeriggio dello scorso venerdì 15 marzo, al circolo Arci BlackStar della città estense. Un breve viaggio attraverso i ricordi, rispondendo alle domande di Enrico Frabetti, che Saul compie partendo dalla sfida contro il più famoso numero 7 del Manchester United. Quel George Best che non riuscì a segnare contro i rossoneri, nella semifinale di Coppa dei Campioni della stagione 1968/69. «George Best era considerato uno dei top del calcio», racconta Saul, ammettendo di non essersi accorto che quella partita contro i ‘diavoli rossi’ era cominciata da qualche secondo. «Poteva giocare ala destra, oppure a sinistra – prosegue – ma quella volta non riuscì a segnare. Alla fine, perdemmo per un gran gol di Bobby Charlton, ma abbiamo comunque passato il turno». Ad attendere quel Milan in finale, c’era l’Ajax di un certo Johan Cruijff. Tuttavia, della semifinale infuocata contro il Manchester, il ricordo corre a «un mediano piccoletto e cattivo». Ne rintraccio il nome, con il supporto della tecnologia, in un ex centrocampista che si chiama Nobby Stiles, e provo a immaginare duelli lontani, senza risparmio di energie. La vittoria finale di quel trofeo è il pretesto per chiedere a Saul quale sia il giocatore più forte, contro il quale si è misurato. «Non saprei», la sua risposta a Enrico, dribblando il rischio di inciampare nella nostalgia. L’elenco però è davvero altisonante, oltre ai citati Best e Cruijff, c’è posto per Edson Arantes do Nascimento, detto Pelé, e per Alfrédo Di Stefano. Il flusso procede fra digressioni sul debutto sporcato da un’espulsione, «il mio esordio contro la Juventus fu disastroso», e sulla salvezza spallina nel campionato 1958/59, «ci davano per spacciati, ma facemmo sette punti in otto partite». Un salto al presente, «dove è cambiato il modo di arbitrare», e allo scetticismo nei confronti dello strumento Var. «Io sono spallino perché la Spal è stata la mia fortuna», il messaggio d’amore sottolineato dai cori dei tifosi. Infine, un cenno all’amico e compagno di squadra milanista Carlo Petrini, «miglior calciatore del torneo della serie B», scomparso sette anni fa e autore del libro ‘Nel fango del dio pallone’. «Non è una fatalità che io sia tornato al paese mio», l’ultimo passaggio dell’intervista che sembra suggerire quanti giri infiniti partono dalla provincia, e alla provincia fanno naturalmente ritorno. Con l’umiltà di chi è consapevole delle regole, e dei rapporti di forza nel mondo del calcio. «Adesso ci sono giocatori che non vanno al ritiro, che oggi fanno quello che vogliono. Io, alle 9, ero già a casa». Una frase che quasi richiama la battuta di un film.

Giuseppe Malaspina