Ciò che poteva essere

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Ogni volta che sento l’espressione ‘settant’anni di pace in Europa’, provo a mettermi nei panni di qualcuno che è cresciuto nei Balcani quasi tre decenni fa. Magari un mio coetaneo dell’epoca, alle prese con la quotidianità della sua adolescenza. D’altronde, non basta un mare a dividere sogni, aspirazioni, o perfino preferenze sportive. E m’immagino questo giovane che, d’un tratto, vede irrompere in casa sua prima le tensioni dei nazionalismi, e dopo, l’orrore dei bombardamenti. Quelli che fanno tabula rasa di tutto. Ecco, non m’importa se questo ragazzino tifi per la Dinamo Zagabria o per l’Hajduk Spalato, se il poster sopra il suo letto raffiguri la formazione del Partizan o quella della Stella Rossa, o se la sua squadra del cuore sia legata a un piccolo e sconosciuto paese della provincia jugoslava. Perché è la casualità della contingenza a collocare il nostro posto nel mondo. Ma sono le scelte degli uomini a fare la storia, nel bene e nel male. Come quando, il 24 marzo del 1999, partì un’offensiva Nato contro la Serbia, destinata a durare settantotto giorni, a colpire obiettivi non militari e a uccidere civili. Ve ne fa cenno anche il regista Emir Kusturica, in un passaggio del suo famoso documentario su Maradona. L’autore del film racconta che Diego, osservando a Belgrado l’edificio del Ministero dell’Interno che porta i segni di un bombardamento, gli chiede chi fosse stato. Emir, a questo punto, opta per la risposta lapidaria. E pronuncia il nome dell’allora segretario generale della Nato. Spostandoci nel campo meno impegnativo delle azioni calcistiche, esistono anche delle imprese virtuose che scintillano per la loro straordinarietà. Le fornisce, per esempio, la Jugoslavia nel 1987. Torno con la mente a quell’ipotetico ragazzino, e lo scorgo a guardare il Mondiale under 20, in Cile. C’è una rosa di diciotto ragazzi in casacca blu, allenati da mister Dragan Džajić. Un gruppo che, alla fine del torneo, a sorpresa riesce a salire sul tetto dei più forti. Nelle sue fila, ci sono calciatori che faranno parlare di loro come Robert Prosinečki, Zvonimir Boban, Pedrag Mijatović e Davor Šuker, oltre a elementi che in futuro non brilleranno particolarmente, ma saranno indispensabili per il loro contributo alla causa. Un nome su tutti, il difensore Dubravko Pavlicić, scomparso nel 2012 per una malattia. Una competizione dominata con gioco e risultati, dove i ‘brasiliani d’Europa’ avranno la meglio ai rigori contro la Germania Ovest. Una prestazione che lascia intravedere che il domani calcistico, in terra balcanica, sia roseo. Eppure, quella cartolina, rivista oggi sembra un ricordo sbiadito. Quella nidiata di giovani talenti rinforzerà la Nazionale maggiore, ai Mondiali del 1990. Andando ad arricchire una rosa che comprende un difensore propositivo come Davor Jozić, un centrocampista duttile come Srečko Katanec, un trequartista geniale come Dejan Savićević, e un regista favoloso come Dragan Stojković. Le sue serpentine con la maglia numero 10, alla ricerca di un varco per il tiro o per l’assist a un compagno, riconciliano con lo spirito profondo di questo gioco. Il senso di sospensione del tempo, generato da una sua improvvisa incursione, trasmette l’idea che quella Jugoslavia sia stata, nolente, una grande incompiuta. A determinare l’uscita ai rigori, ai quarti di finale, sarà l’Argentina del pibe, che si concederà anche il lusso di farsi parare un altro tiro dal dischetto da Tomislav Ivković. Neanche il tempo di smaltire la delusione, ecco la qualificazione agli Europei del 1992 e subito dopo l’estromissione per la guerra, e il ripescaggio della Danimarca che vincerà il torneo. Dal 1990 in poi, dalla divisione della Jugoslavia, sono nate la Nazionali di Croazia, Slovenia, Macedonia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro e Kosovo. Una divisione che ha trascinato con sé conflitti fratricidi, oltre all’operazione ‘Allied Force’, e al numero di mine inesplose tuttora presenti in territorio balcanico. Ma entro quelli che prima erano unici confini, sono nati giocatori dotati di classe e agilità fuori dal comune. Ne cito due ex meno noti, come il torinista Haris Škoro, autore di un pregevole gol in un’amichevole contro l’Inghilterra, e Vladimir Gudelj, prolifico in Liga con il Celta Vigo e mai convocato in Nazionale. Ma potrei elencarne a bizzeffe, soprattutto fra gli attaccanti. Così come di allenatori, la Jugoslavia ha prodotto diversi esempi importanti. Da Ivica Osim a Bora Milutinović, fino all’indimenticato Vujadin Boškov, il cui dolore più grande è stato appunto la guerra nel suo Paese. Proprio per rispetto a questo dolore che ha lacerato persone, famiglie, amici, all’interno di un continente che preesiste alle sue istituzioni, lo slogan menzionato nell’incipit produce il suono sordo di un’autentica bugia.

Giuseppe Malaspina