La solitudine (e la solitarietà) dei numeri 10

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Quando nel 1972, il gruppo comico dei Monthy Python realizza uno dei suoi più famosi sketch, facendo disputare la finale di calcio fra filosofi tedeschi e filosofi greci, cura nel dettaglio anche la numerazione delle casacche. Non è un caso, infatti, che i due numeri 10 delle rispettive compagini siano Friedrich Nietzsche per la Germania e Socrate per la Grecia. Due studiosi del sapere che, al netto delle epoche di riferimento e delle prospettive d’indagine diverse, si sono occupati del concetto di libertà. Senza addentrarsi in divagazioni più o meno colte sulla funzione liberatrice della conoscenza, appare innegabile che nell’immaginario sportivo, all’interno di ogni squadra, vuoi per talento vuoi per indole caratteriale, tenda a emergere una figura di tendenziale rottura degli schemi. Una sorta di spirito anarchico che, molto spesso, porta il dieci sulle sue spalle. Una doppia cifra, che dal tondo della sua configurazione grafica, pare chiudere il cerchio con tutti i discorsi tattici che magari sono stati elaborati prima di ogni singolo match. Il portatore di questo numero, dunque, non si limita a essere un anonimo portatore d’acqua, un’ape operaia al servizio di una causa collettiva. Ma assurge a un livello superiore di estroso grimaldello, in grado di scardinare con una giocata, figlia della sua imprevedibilità, l’equilibrio del confronto. Una cicala dal canto melodioso in mezzo a tante formiche che si limitano al solfeggio, se volessimo scomodare Esopo. Un’ape regina che produce il miele migliore, ma che magari quantitativamente impegna energie ridotte rispetto alle sue colleghe, meno dotate dal punto di vista stilistico. Raccontata in questi termini, la funzione sociale di un numero 10 finisce per attirare tante simpatie negli osservatori, quanti malumori nello spogliatoio, se si fa leva esclusiva sul suo bagaglio tecnico. Senza trascurare le difficoltà di un allenatore che, incidentalmente, si trova a gestire tale patrimonio di talento, concentrato in un unico giocatore, ed è chiamato a bilanciare la sua libertà con l’uguaglianza degli altri. Ecco, in un certo senso, il dilemma che il 10 pone riguarda proprio la possibile sintesi fra principio di libertà e principio di uguaglianza applicati nel calcio. E in che misura questi due principi riescano a dialogare, è la chiave di volta della risoluzione del dubbio a monte. La storia del pallone, fin dalle sue origini, ci ha abituati a un rapporto complicato fra un fantasista e chi lo deve allenare. Talvolta, peraltro, il problema è destinato ad ampliarsi quando i numeri 10 in campo siano addirittura due. Famosa, a questo proposito, è la staffetta fra Gianni Rivera e Sandro Mazzola, nella Nazionale italiana allenata da Ferruccio Valcareggi, ai Mondiali del 1970. Lì, probabilmente, è la compresenza di numeri 10 a generare una selezione in funzione della paura di perdere in compattezza. Il dato curioso è che a sconfiggere in finale gli azzurri, peraltro reduci dalla Partita del secolo, sono i giocatori brasiliani, che nella formazione titolare schierano non uno né due, ma ben cinque numeri 10 contemporaneamente. Nel dettaglio, c’è posto per Gerson, per Tostão, per Jairzinho, per Rivelino, e naturalmente per Pelé. Evidentemente la somma di singole onde di libertà provoca una densa mareggiata di uguaglianza. Oppure, semplicemente, il livello tecnico verdeoro ha avuto la meglio sulle coraggiose ma stanche resistenze italiane. Trascorrono gli anni e i decenni, si modificano gli schemi e gli approcci di gioco, ma la forza evocativa sprigionata da quel numero, che richiama il massimo voto scolastico, continua a perdurare. Così come prosegue il picco di alti e bassi fra chi lo indossa e chi lo dirige dalla panchina. Ancora un’orchestra con uno spartito, e un solista che vorrebbe più spazio per un assolo. Forse, il punto non è tanto lo spazio fisico ma il tempo per l’esecuzione che non trova la sua collocazione. La partita vive entro un suo recinto di coordinate, all’interno dei cui confini si articola la contesa fra due squadre non sempre di pari valore. Ecco che, per ribaltare o confermare i rapporti di forza tecnici e atletici, un peso importante è dato all’aspetto tattico. Alla capacità di un gruppo di agire sincronicamente per chiudere i rifornimenti a quello rivale e costruire azioni pericolose, fondate sulle armonie. In tutto questo meccanismo, dove l’allenatore è generale supremo, non c’è tempo per la dimensione anarchica del numero 10. Che magari coltiva un’attitudine innata a portare palla, collocandosi come riferimento ambulante nei confronti degli avversari che, a questo punto, trovano il tempo per riorganizzarsi e intervenire di conseguenza. Certo, si può sopperire all’anacronismo insito del fantasista, con l’occupazione costante degli spazi da parte dei suoi compagni di squadra. Ma se non si ragiona in termini dinamici e di fraseggi corali, il fascino di questa figura finirà per rappresentare più l’effimero che il reale. E quella libertà fiammante come una torcia, della quale il 10 sarebbe il tedoforo, lo porrebbe più in una condizione di isolamento volontario che di solitudine passiva. Tornando con la mente alla mia adolescenza, non posso che trovare nella Nazionale del 1994 ai Mondiali, un esempio di questo equivoco di fondo. Il rapporto fra il commissario tecnico Arrigo Sacchi e il calciatore Roberto Baggio sintetizza, se non forse sublima, questo incontro-scontro fra principi. In estrema e approssimativa sintesi: uguaglianza di tutti gli elementi sul terreno di gioco, deroga in nome della libertà. Ricordo che le prestazioni di Roby, indiscutibilmente fra i talenti più cristallini del nostro calcio moderno, a partire dalla prima sfida eliminatoria contro la Nigeria mi fecero pensare che la libertà dovesse avere la meglio sull’uguaglianza. Eppure, crescendo e leggendo tante e tante partite con occhi più maturi, mi sono accorto che la faccenda calcistica è molto più da approfondire. Uno dei contributi più recenti, mi è stato fornito dal sarrismo. In effetti, se si presta attenzione alla disposizione in campo dell’undici del Napoli, nella scorsa stagione, balzerà agli occhi che sono almeno due i titolari del 4-3-3, che potrebbero tranquillamente appartenere alla pattuglia dei numeri 10. Eppure, la produzione di un gioco corale ed esteticamente convincente, ha trasmesso il messaggio che in una chiave collettiva e dinamica, ciascuno degli elementi, se rinuncia a ogni velleità individualistica e mette il proprio potenziale al servizio costante del gruppo, incide nella maniera migliore. Penso, intanto, alla collocazione di un centrocampista propositivo come Marek Hamšík nella linea mediana del campo, a sinistra di un compagno di reparto dotato di estrema velocità di pensiero come Jorginho. A completare il terzetto di centrocampo, un ‘tuttocampista’ moderno e instancabile come Allan. E poi, a Lorenzo Insigne, cuspide sinistra del tridente d’attacco. Altro fantasista in potenza che, in quello schema applicato, finisce per diventare ‘concretista’ in atto. Una porzione di campo strategica, la sua, da dove convergere per il tiro o per offrire un assist sotto porta ai compagni, senza trascurare il colpo a giro dalla trequarti. Una specialità più da dosare, nella sua imprevedibilità, che impiegare con regolarità, maggiormente arginabile dalle retroguardie rivali. In quest’ottica di osmosi continua e di dialogo fra la globalità degli elementi del team, il gap fra uguaglianza e libertà si riduce notevolmente, finendo per disorientare le linee nemiche. È ovvio che non esiste regola senza la sua rarissima ma residua eccezione. Infatti, nella storia del calcio, ci sarà sempre un numero 10 in grado di sovvertire cotanta razionalità. Il suo nome, inutile ripeterlo. Basti sapere che i suoi fan più radicali hanno fatto precedere quell’1 da una ‘D’, e seguire quello 0 da una ‘S’. Un ‘D10S’ così vulnerabile fuori e così irresistibilmente luminoso dentro il campo, che rende viva e vitale questa dialettica infinita fra uguaglianza e libertà. Forse perché quando giocava, da unico, si è messo al servizio totale di entrambe.

Giuseppe Malaspina